DIO

P. Ricca, Dio. Apologia, Collana “I libri di Paolo Ricca” 12, Claudiana, Torino 2022, pp. 411, euro 24,50.

Questo saggio è quasi un “testamento spirituale” del professore e pastore valdese, già docente di Storia del cristianesimo presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma, ben noto al vasto pubblico dei lettori cristiani d’oltralpe. Il volume, diviso in quattro grandi parti (Dio nella modernità, pp. 29152 [con un interludio dedicato a K. Barth e M. Buber e un preludio su due voci della modernità, rispettivamente F.-M. Voltaire e F. Nietzsche]; Dio nella Bibbia, pp. 153-212; Dio nella fede, pp. 213-268; Quale Dio?, pp. 269-364 [con il postludio dedicato ad alcune voci del Novecento su Dio]) e arricchito da quindici illustrazioni commentate, con l’aggiunta dell’indice dei nomi, dei testi citati e degli argomenti, e la conclusione, è come una piccola summa sulla questione religiosa oggi che offre un’apologia della fede cristiana. Si legge nell’Introduzione: «Dio. Apologia si propone anzitutto di affrontare e brevemente discutere le maggiori obiezioni che nella modernità specialmente europea sono state e continuano a essere mosse alla fede in Dio e alla sua stessa esistenza» (p. 14). Il titolo del saggio richiama il lavoro del pastore valdese Giovanni Miegge che nel 1952 pubblicò un libro intitolato Per una fede, ovviamente nella consapevolezza di un contesto cambiato, e l’opera forse più nota dello storico francese P. Chaunu Dieu. Apologie, pubblicato a Parigi nel 1990, dedicato al silenzio impressionante su Dio nella post-modernità.

Consapevole del significato del termine “apologia” nella storia del cristianesimo antico, Ricca precisa che la prima chiave d’accesso al mistero di Dio è la fede, un atto incondizionato di fiducia, risposta alla chiamata di un Dio che c’è come relazione personale, che non si accontenta di esserci, ma che vuole amare: «non è nel suo esserci che Dio manifesta la sua divinità, ma nelle sue opere, nel suo essere per, con, contro, ma mai senza un partner, nel suo essere il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio del Patto, anzi dei Patti. Questo, e solo questo, è il Dio che realmente “c’è”. È vero, quindi, che il Dio che semplicemente esiste, non esiste» (pp. 21-22). L’apologia, per Ricca, mira a confrontarsi con le dieci obiezioni legittime e plausibili su Dio che provengono soprattutto da un certo ateismo europeo – che è libero e si è diffuso a livello di massa ed è stato sostituito da religioni secolari come il fascismo e un certo tipo di comunismo –, e rileva la crisi delle Chiese cristiane «che parlano molto di migranti da accogliere, di diritti umani da rispettare, di habitat naturale da proteggere, di libertà religiosa da garantire, di fraternità umana da praticare […], ma parlano poco di Dio, come se temessero  di non essere ascoltate, o anche, più probabilmente, non sapessero che cosa dire di Dio. Questo (relativo, ma reale) “silenzio su Dio” da parte delle Chiese, come se Dio non fosse il loro tema, anzi il loro unico tema, che cosa rivela? Solo imbarazzo, insicurezza psicologica, ecco di pudore, o non piuttosto una sostanziale carenza di fede, un livello insufficiente di certezze interiori? Gesù ha fatto moltissima diaconia: ha guarito, curato, risuscitato, liberato, ma non parla mai delle sue opere, parla del regno di Dio vicino. Ma dov’è, oggi, nelle Chiese la predicazione del regno di Dio vicino? Questo “silenzio su Dio” è il dato più allarmante dell’odierna situazione del cristianesimo» (pp. 25-26).

Se nella modernità Dio è stato rifiutato perché ritenuto inutile o come una fiaba o quale proiezione e droga, o considerato morto o pura illusione, nonché idolo o nulla, e la religione bandita perché veleno della società – critiche in parte accolte per una visione alterata della stessa rivelazione biblica e di una speculazione teologica lontana molte volte dal vero significato della fede evangelica –, allora bisognerà riconoscere che l’esperienza autentica del Dio vivente è come una forza vitale che vince le forze della morte, come una leva che alza il mondo (K. Barth, cf. p. 149) e non un idolo che ci siamo costruiti e rinchiuso nell’immutabilità di certi asserti dogmatici e metafisici. Il Dio vivo è un Dio non cercato ma che si pone in cerca dell’uomo (cf. pp. 157-158), un Dio non dimostrabile ma che può essere soltanto testimoniato (cf. p. 168) e che tace e viene contraddetto innanzi al mistero del male e dell’ingiustizia pur invitando a combattere e a cercare il bene (cf. p. 177-178), un Dio rivelato che ci salva in Cristo Gesù suo Figlio (cf. pp. 210-211) e assume la nostra umanità. Un Dio la cui divinità include in sé l’umanità di Cristo che ha delle conseguenze per tutti noi perché ogni essere umano, anche il più diverso da noi, il più abietto o il più misero, «ha anche lui, come noi, “Dio come Padre e Gesù come fratello”» (p. 243).

In dialogo costante con la cultura contemporanea e le religioni mondiali (delle quali l’autore analizza dottrine, caratteristiche e proposta spirituale, nella certezza che Cristo resta la pietra d’inciampo per il dialogo interreligioso), Paolo Ricca espone in modo lucido e chiaro e con afflato spirituale e maturità di fede vissuta non già l’intero Credo cristiano, bensì i tratti salienti dell’idea cristiana di Dio così come emergono dalle pagine della Bibbia, consapevole che sul tema “Dio” non c’è altra sapienza da offrire che quella che proviene dalla storia d’Israele, di Gesù e degli apostoli. Egli è cosciente che non si può concludere un libro su Dio (cf. p. 365). Infatti, la stessa Bibbia si conclude  con un’invocazione, «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20), che è «come una finestra aperta sul futuro. L’ultima parola non è ancora ultima, non è la fine. C’è ancora da ascoltare, da capire e da dire. Nessun discorso su Dio è conclusivo, ma sempre solo iniziale. Non si può andare molto più in là di un inizio» (p. 365). Parlare di Dio può avvenire “secondo verità”, non come gli amici di Giobbe, ma come Giobbe stesso che grida a Dio il suo dolore nella verità e onestà, senza difenderlo, perché Dio non vuole essere difeso, non ne ha alcun bisogno. Dio approva i discorsi di Giobbe elogiandolo perché «ha parlato di lui secondo verità» (p. 365). Dio vuole essere «conosciuto e temuto, non adulato» perché non cerca cortigiani ma «cerca discepoli» (p. 365).

[Edoardo Scognamiglio].

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