DIO PARLA AL CUORE

E. Della Corte, Dio parla al cuore. Le parabole di Gesù, Edizioni Rinnovamento nello Spirito Santo, Rimini 2026, pp. 357, euro 25.

La parabola è una metafora-similitudine allungata, un racconto carico di simbolismo, che si compone di tre parti: un fatto verosimile, che può accadere; un fatto inventato o fantasioso; il termine di paragone o di confronto tra le due realtà o fatti. La forza della parabola è nell’iperbole, nell’esagerazione: è il modo attraverso il quale chi racconta vuole provocare e attirare l’attenzione della folla o dei discepoli che ascoltano. Le parabole rientrano a pieno titolo nella predicazione di Gesù e ricevono senso alla luce dell’annuncio del regno di Dio del quale illustrano i diversi aspetti o misteri. La parabola è una similitudine allungata che vuole illuminare i contenuti di un’affermazione con più incisività e chiarezza. Il greco παραβολή (parabolé [pará = “accanto”, bolé = “lanciare”]) riprende l’ebraico mâshâl (מָשָׁל) che può indicare un semplice proverbio, un’immagine, un paragone, una metafora o un enigma. La retorica impiega questo vocabolo anche per la similitudine, tuttavia, parabolé indica l’accostamento di due realtà allo scopo di permetterne la percezione unitaria. Nella parabola è importante distinguere l’elemento figurativo dalla sostanza: attraverso immagini si esprime una verità fondamentale. È essenziale individuare nella parabola il punto di paragone (tertium comparationis), l’elemento che determina la somiglianza tra l’immagine e la realtà, senza prendere troppo sul serio tutti gli elementi del discorso.

Per K. Snodgrass (Le parabole di Gesù. 1. Contesto e intenti, Paideia, Paideia-Claudiana, Brescia 2024, 85-108), le parabole di Gesù hanno le seguenti caratteristiche: sono brevi perché non usano parole più del necessario; sono caratterizzate da semplicità e simmetria, con uso di pochi personaggi; sono per lo più imperniate sugli esseri umani con l’intento di sollecitare una risposta; sono rappresentazioni funzionali della vita quotidiana; sono coinvolgenti; spesso contengono elementi di capovolgimento; di solito per sollecitare una risposta la questione decisiva si trova alla fine; sono raccontate in un contesto determinato che non bisogna sottovalutare; hanno un significato o contenuto teocentrico; spesso alludono a fatti o a immagini dell’AT; compaiono in raccolte più generali; assumono caratteristiche particolare nei singoli vangeli

A volte, nelle omelie, nelle meditazioni, nei commenti alle parabole, come si evince dagli scritti di molti padri della Chiesa e dai commenti di autori cristiani antichi e moderni (Cf. I. Alfeev, Le parabole di Gesù, San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2024. Si consideri pure M. Fiedrowicz, Teologia dei padri della Chiesa. Fondamenti dell’antica riflessione cristiana sulla fede, Queriniana, Brescia 2010), si è dato troppo spazio alla lettura allegorica dei singoli elementi della parabola e se ne è ridotta la comprensione attraverso un’interpretazione morale che toglie al racconto parabolico tutta la sua dinamicità e freschezza, tutta la sua forza dirompente e provocatoria. Di fatto, la parabola non si lascia confinare in letture morali o in interpretazioni allegoriche, perché non ha in se stessa tutto il proprio senso del racconto: è un accostamento dinamico tra due termini che si rapportano (ad esempio il congiungimento di due pianeti, l’affiancamento di due navi), una narrazione unitaria chiaramente comprensibile e una realtà di riferimento diversa dal contenuto.

La parabola ha una forma elicoidale, che tende verso l’alto, e rimane aperta al giudizio, alle interpretazioni, alle conclusioni che spesso sono affidate all’uditorio. Le parabole di Gesù hanno come punto centrale il mistero del Regno e sono annunci profetici poiché valutano il rapporto tra il mondo di Dio e il mondo degli uomini. Gesù è un predicatore scomodo perché le sue narrazioni simboliche provocano e richiedono una profonda capacità di ascolto e di recezione del messaggio per far sì che sia l’uditorio stesso a trarne le conclusioni o a esprimere un giudizio. Spesso è necessario valutare il contesto in cui una parabola è raccontata o inserita nei vangeli da parte degli stessi redattori finali. A volte, il contesto è di polemica, di discussione, di disputa. Si capisce, allora, perché la parabola non sia riducibile a semplice allegoria o metafora: ha una forza coinvolgente, una vitalità che crea contrasti, che obbliga a decidere e a scegliere. Se la metafora è ferma alla funzione decorativa e illustrativa di un insegnamento, la parabola va oltre e assume il carattere argomentativo: l’ascoltatore è chiamato a esprimere il giudizio, ritrovandosi coinvolto personalmente nella discussione in corso o nel racconto appena terminato.

Di solito, come già richiamato all’inizio, la parabola si compone di tre parti o elementi: un fatto vero, reale, possibile, che si può verificare, preso dalla vita quotidiana (ad esempio, un padre che ha due figli, come nella parabola del figliol prodigo o della famiglia sgangherata); un fatto semiserio o inventato o immaginato (il figlio minore si allontana di casa e chiede la sua parte di eredità e consuma tutto e poi per necessità e per opportunismo si convince a ritornare a casa); l’iperbole o l’esagerazione (il padre che attende il figlio perduto sull’uscio di casa e poi lo riaccoglie in casa con tutti gli onori e con la festa e il lauto banchetto restituendogli la dignità che gli spettava consegnandogli addirittura l’anello al dito).

La forza della parabola è nell’iperbole, un’esagerazione che può irritare l’ascoltatore, fino a provocarlo. La stessa cosa avviene per gli operai dell’ultima ora (cf. Mt 20,1-16). È con questa dinamicità, con tale capacità di provocazione, che la parabola svolge la funzione di uncino, di ponte, di avvicinamento, tra il modo di essere e di fare di Dio (e quindi di Gesù che annuncia il Regno, la misericordia del Padre) e il nostro modo di intendere la fede e l’esperienza religiosa di Dio e di giudicare gli altri.

A volte, si ha l’impressione che Gesù abbia raccontato parabole e similitudini, se pur rielaborate dal redattore finale, più per liberare e difendere il mistero del Padre da una falsa immagine che il popolo e soprattutto molti capi religiosi del tempo si erano costruiti di Dio e della Legge, quasi come una sorta di idolo o di dottrina asfittica, ridotti entrambi a tradizioni umane, a usi, norme, divieti e costumi religiosi che con l’esperienza di Jhwh e del dono delle Dieci Parole non avevano più a che fare. Forse, come provocazione, possiamo ritenere per vero, senza sbagliare, che Gesù più che raccontare parabole è la parabola vivente del Padre (Cf. E. Schillebeeckx, Narrare il vangelo, Queriniana, Brescia 1988, 42-49; E. Schweizer, Gesù, la parabola di Dio. Il punto sulla vita di Gesù, Queriniana, Brescia 1996, 59-62), quell’uncino, quel ponte, quell’anello (oggi diremmo link) che mette in contatto il nostro mondo con il mistero del Padre, del Dio tre volte santo, come un vero profeta e un autentico saggio o pio israelita che vive della Legge e dell’amore del Signore.

Gesù non si racconta, non parla di sé, ma di ciò che vive dentro, di quello che sente e porta nell’intimo della coscienza: l’amore del Padre, la bellezza del Regno, il sogno di una fraternità aperta a tutti, il bene per ogni persona. Nel racconto, Gesù invita l’ascoltatore a rientrare dentro di sé, a scegliere nuove possibilità di vita, a cambiare prospettiva, a decidersi, smuovendo antiche credenze e superando pregiudizi soprattutto religiosi, allargando di molto l’orizzonte semantico dei valori etici e religiosi, suscitando per questo scandalo, stupore, irritazione, sentimenti avversi. Gesù parlava «di Dio e degli uomini in modo tale che ogni uomo, ogni raggruppamento umano, lo poteva capire nella propria lingua, nel proprio bisogno di salvezza e aspirazione alla felicità, e che ciò significava, per ciascuno che ne fosse sensibile, un messaggio» (Schillebeeckx, Narrare il vangelo, 30). Questo suo modo di parlare lo rendeva inafferrabile e misterioso, indefinibile e dogmaticamente poco strutturato, un po’ fuori norma, sopra le righe, al di là di qualsiasi canone, favorendo così giudizi negativi o, comunque, imprecisi sul suo conto: era forse, Gesù, un bestemmiatore, o un rivoluzionario, o un profeta redivivo, o semplicemente un amico di prostitute e pubblicani?

Di fatti, lo stile parabolico rivela che Gesù è alle prese con la cultura narrativa per scioccare l’uditore, per schiuderlo a nuove interpretazioni e visioni del mondo, a possibilità sconosciute di pensare il rapporto tra Dio e l’uomo, tra la fede e la vita quotidiana, ma altresì i rapporti umani e sociali. «Nel mondo delle parabole di Gesù si vive e si giudica in modo diverso che nel mondo del tran-tran quotidiano. Con l’eccezione di tre parabole (il ricco stolto, il ricco epulone e il pover Lazzaro, il pubblicano e il fariseo) tutte le parabole sono mondane. Di Dio non si parla. E tuttavia chiunque le ascolti sa che attraverso questi racconti egli è confortato dall’agire salvifico di Dio in Gesù. Dio agisce così e lo si può constatare nell’agire di Gesù stesso, se si guarda con un cuore disposto alla conversione» (ivi 45).

La parabola invita a partecipare: rimane sospesa finché l’ascoltatore non decide a favore o contro la nuova possibilità di esistenza che in essa è pensata; ha un linguaggio provocante che spesso allontana e mortifica o suscita rancori, facendo emergere ciò che nell’uditore è già radicato e presente in modo negativo (cf. Mc 2,1-3,5). È chiaro che la parabola da sola non spiega tutto: accompagna i gesti e i segni compiuti da Gesù, e fa parte del suo stile di vita e del suo modo di predicare e di vivere il Vangelo del Regno. In realtà, il racconto è Gesù stesso, e la parabola non avrebbe pieno successo senza il riferimento ai suoi sentimenti, alle sue emozioni, alla sua capacità di compassione e di sentirsi libero innanzi alle autorità politiche e religiose del tempo. Gesù sembra portare dentro di sé la pretesa di un racconto simbolico e parabolico perché conosce il mistero del regno di Dio del quale è portatore e annunciatore. Come parabola vivente del Padre, Gesù racconta ciò che vive, quello che sente, e a sua volta la comunità dei discepoli riunita attorno a lui diventa eco delle sue parole, luogo narrante delle sue stesse parabole. Così, il lavoro redazionale degli evangelisti che hanno raccolto materiale dei detti e dei racconti di Gesù a loro precedenti non è altro che la continuazione del racconto di Gesù e della sua predicazione nelle narrazioni delle comunità apostoliche: dalla parabola che è Gesù alla parabola “su e con” Gesù.

È sufficiente ripercorrere la parabola del banchetto nuziale (cf. Mt 22,1-10 = Lc 14,16-24) per capire che la medesima storia detta da Gesù segue diverse versioni nell’identica tradizione orale e nel momento redazionale, al fine di attualizzare l’insegnamento del maestro in circostanze e condizioni particolari, anche lungo la storia del cristianesimo. Così, ad esempio, nella parabola degli invitati alle nozze, il teologo e mistico tedesco Giovanni Tauler (Strasburgo 1300-1361), attraverso un’interpretazione spirituale e pastorale, vedrà nel figlio del re, per il quale il banchetto è preparato, lo sposo e, nei singoli cristiani, la sposa. La narrazione continua: tutto è pronto per l’unione di Dio con l’anima amante, la sua sposa. Già Origene presentò questo tipo di lettura: Cristo è sposo a ogni anima che in sé accoglie il Verbo, mentre per san Girolamo il cibo del banchetto è la dottrina spirituale, la grazia, e sant’Agostino interpretò l’abito nuziale come la carità che sgorga da un cuore puro, il vero e puro amore per Dio; mentre per sant’Antonio di Padova, invece, il pranzo preparato è l’evento dell’incarnazione al quale bisogna prendere parte con la veste di lino, cioè la castità (Per queste interpretazioni, cf. E. Scognamiglio, La Trinità nella passione del mondo. Approccio storico-critico, narravito e simbolico, Paoline Editoriale Libri, Milano 2000, 66-68).

Questo excursus sul significato delle parabole ci permette di affermare che le parabole, se pur giunte a noi attraverso più rielaborazioni redazionali, non sono comunque alla periferia del Vangelo, ma costituiscono anch’esse il cuore della predicazione di Gesù che s’inserisce nel filone della narrativa simbolica. Ritornando a Mc 4,33-34, in cui si dice che Gesù parlava in parabole alla folla per annunciare il Regno (cf. v. 33), mentre ai discepoli in privato spiegava ogni cosa (cf. v. 34), occorre notare che l’efficacia dell’insegnamento di Gesù dipende molto dalla disposizione degli uditori, ossia dall’effettiva recezione dell’ascoltatore. I risvolti, spesso, possono essere negativi, come nel caso della parabola del seminatore, che resta incompresa senza la spiegazione del maestro (cf. Mc 4,13-20). Il v. 34 sopra citato ci rimanda a uno stadio antico e ci permette di riconoscere nell’uso delle parabole il metodo d’insegnamento di Gesù, con un forte richiamo a Mc 4,11: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole». Il v. 33 di Mc 4 lascia intendere che nella sezione precedente è offerta una raccolta di parabole di questo genere: il seme che spunta da solo (Mc 4,26-29), il grano di senapa (Mc 4,30-32), il seminatore (Mc 4,1-9). Tuttavia, queste parabole sono un florilegio delle molte parabole pronunciate da Gesù (cf. Mc 3,23; 7,17; 12,1.12; 13,28).

Per l’evangelista Marco, le parabole costituiscono l’annuncio della parola e rientrano nel contenuto stesso dell’Evangelo di Gesù per i popolani. I vv. 33-34 vivono nel parallelo amplificato del sommario di Mt 13,34-35. «Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”». Qui è ripresa la citazione biblica del Salmo 78,2: Asaf, il salmista, manifesta l’intenzione di parlare in parabole con enigmi che esigono riflessioni difficili per la comprensione. Lo scopo è raccontare i fatti dell’esodo, mentre in Matteo l’intenzione è di scoprire i misteri del Regno (cf. Mt 13,11). Nel discorso parabolico di Mt 13, il riferimento a “tutte queste cose” riguarda la parabola del seminatore (cf. vv. 3-9), della zizzania (cf. vv. 24-30), del grando di senapa (cf. vv. 31-32) e del lievito (cf. v. 33). I nuclei parabolici di Mc 4,1-30 e di Mt 13,3-36 sono correlati attraverso il principio dinamico della crescita e dell’interiorità: il regno di Dio è in fase di sviluppo dall’interno d’Israele, non è estraneo al popolo santo, al Primo Testamento, e neanche alla spiritualità ebraica o alla tradizione giudaica.

Se è vero che l’idea della germinazione spontanea fa riflettere sulla presenza operante della signoria di Dio nella storia d’Israele e del mondo, indipendentemente dalle forze umane o diaboliche (c’è una forza propria della Parola, del seme, che nessuno può fermare), è pur certo che il Regno non incombe come un meteorite sul popolo: è “fra” di noi” (cf. Lc 17,20-21) ed è necessario accoglierlo e riconoscerlo. Anche se il popolo vive una forte crisi di speranza, c’è da accogliere con fiducia l’agire di Dio nella storia: il senso della mietitura o del raccolto rivela che il regno avviene e si realizza non senza preparazione o senza legame con il precedente corso della storia. Proprio perché il tempo è compiuto (cf. Mc 1,15), e il Regno si è avvicinato, si sta avvicinando per l’intervento diretto di Dio in Gesù; questo compimento che sta per realizzarsi non è in contrasto con le attese d’Israele e non ammette una visione pessimistica del presente: la potenza del Regno vince il male e ha una propria forza d’espansione che rivela la bontà e la misericordia di Dio.

Nelle parabole Gesù rivela chi è Dio, come Dio si pone davanti all’uomo e non soltanto o anzitutto come l’uomo debba stare davanti a Dio. Attraverso il genere letterario delle parabole Gesù continua la rivelazione della bontà e della misericordia di Dio, della vicinanza di Jhwh al suo popolo. Il seme della Parola che Gesù è venuto a portare raccoglie in sé tutta la storia d’Israele e le gioie e le speranze dell’esodo, dell’uscita dall’Egitto, della prima alleanza, del Messia. L’immagine della crescita del Regno, così come rivela la parabola del lievito (cf. Mt 13,33; Lc 13,20-21), attesta non solo il contrasto o la dialettica tra gli inizi esigui del Regno (piccola quantità del lievito e la grande massa della pasta) e il compimento ricco della fine, ma la qualità teologica della lievitazione: il Regno non dipende dallo sforzo umano di Gesù o dalla sua predicazione, ma da chi lo invia, dal divino che sta con lui, dentro di lui. Così, il lievito e il seme, cristologicamente, sono la Parola creatrice e liberatrice della quale Gesù è portatore singolare, originale, particolare e protagonista. La metafora allungata del granello di senape (cf. Mc 4,30-32) fa leva sul messaggio universale della salvezza: le porte del Regno si sono aperte per tutti i popoli della terra (con riferimento a Dan 4,8-23).

L’autore di questo saggio, biblista e fine scrittore di testi spirituali a partire da un approccio sapienziale alle Scritture, è ben consapevole che le parabole sono al centro dei vangeli sinottici, fino a costituirne il cuore, e ad essere delle pagine aperte che costringono a pensare e a ripensare al proprio rapporto di fede (cf. pp. 13-15). «Per un verso gettano luce e invadono la vita dell’uomo, ma per l’altro velano il mistero, che è oltre, sempre al di là della logica umana. Ogni parabola crea uno spazio, perché l’ascoltatore di ogni epoca possa liberamente comprendere e aderire all’insegnamento di Gesù» (p. 14). L’autore è consapevole che non è sufficiente una lettura esegetica o filologica delle parabole per la loro comprensione, perché esse hanno una loro forza, un proprio movimento, che bisogna seguire: c’è un’intuizione d’insieme nel racconto parabolico che non si lascia ingabbiare dalle nostre letture. «La forza di ogni parabola sta nel far vedere l’ovvietà di un atteggiamento incompatibile con quello quotidiano. Una nuova evidenza s’impone su quella comune […]. Il significato della parabola va ricercato all’interno del testo stesso, nelle sue sfumature, cogliendone la struttura letteraria. Il racconto non può mai essere separato da chi lo ha raccontato: Cristo. Anche la comunità ecclesiale del tempo è autrice delle parabole. Gesù le ha raccontate spingendo lo sguardo verso la sua meta: il mistero pasquale di passione, morte e risurrezione. La Chiesa nascente, invece, le ha riprese riguardando all’indietro lo stesso mistero, dopo averlo vissuto e attraversato nell’esperienza. L’oggetto delle parabole resta lo stesso, cambia solo il punto di vista, l’ottica dalla quale sono narrate» (p. 15).

È sufficiente seguire cinque semplici regole per una lettura equilibrata e non fuorviante delle parabole, evitando soprattutto un approccio moralistico che non appartiene assolutamente a tali racconti: un’accurata analisi letteraria; la conoscenza dell’ambiente sociale e religioso del tempo; gli aspetti di novità che porta Gesù; le diverse tappe di formazione della parabola; il lasciarsi sorprendere come regola fondamentale di chi ascolta.

Il saggio, dopo la presentazione del significato biblico, teologico ed ecclesiale delle parabole, con richiamo al primato dell’ascolto della Parola nella Chiesa e nell’attuale cammino sinodale dei credenti, si sviluppa in tre parti dedicate, rispettivamente, alle parabole del Vangelo secondo Matteo (pp. 21-124), alle parabole del Vangelo secondo Marco (pp. 127-184), alle parabole del Vangelo secondo Luca (pp. 185-343). Per ogni Vangelo sono indicate delle chiavi di lettura a carattere teologico, spirituale ed esegetico. Segue una breve conclusione (pp. 345-347) e, a finire, una bibliografia essenziale dedicata ai Vangeli e alle parabole e, in generale, allo studio del NT.

Con linguaggio semplice, chiaro, diretto, scorrevole, di chi ben conosce le Scritture e sa farne una lettura sapienziale, don Ernesto, fine esegeta, sempre attento al senso letterale del testo, senza perdersi in questioni filologiche, riesce, nelle sue analisi, a offrire un commento delle parabole che va dritto al cuore del lettore, evitando esortazioni moralistiche e afflati spirituali che spesso non aiutano il credente nel meditare le Sacre Scritture. Continuamente, come metodo o stile, nell’interpretazione di una parabola, l’autore lascia parlare il testo, ossia il racconto stesso, individuandone sempre il livello gesuano e quello redazionale dell’evangelista o della comunità alla quale il racconto è stato re-indirizzato dall’autore biblico. Ogni racconto termina con il riferimento a una prassi, a una posizione che bisogna assumere, sollecitando il lettore a prendere una decisione, ad agire, come nel caso dei semplici servitori del Regno (cf. pp. 318-319), o del ricco epulone e di Lazzaro (con il chiaro riferimento ad assumere uno stile di vita che capovolga l’egoismo, la chiusura, l’attaccamento alla ricchezza, qualunque sia, per assumere il punto di vista di Abramo, cf. p. 312), o dell’amministratore scaltro/arguto (imparare ad essere attivi e reattivi nelle situazioni della vita), o della pecorella smarrita o del figliol prodigo (siamo tutti preziosi agli occhi del Signore e la salvezza è per tutti).

Questo saggio è uno studio prezioso per l’approfondimento biblico, teologico e spirituale delle parabole e può costituire uno strumento utilissimo per gruppi e movimenti, comunità e fraternità, impegnati nello studio della Parola di Dio, nella catechesi, nell’evangelizzazione e nell’animazione missionaria.

Ci permettiamo di far notare che manca, in questa preziosa raccolta di commenti alle parabole sinottiche, solo un confronto con la lettura giudaica delle parabole stesse che, a volte, può aiutare a cogliere altre sfumature del racconto in atto, evitando alcuni stereotipi anti-ebraici (cf. su questo punto cf. A.-J. Levine, Le parabole di Gesù. I racconti enigmatici di un rabbi controverso, Effatà Editrice, Cantalupa [Torino] 2020, 228-230; E. Scognamiglio, «Un certo Gesù». Saggio di cristologia dialogica. 1. Alla ricerca di un metodo, Effatà Editrice, Cantalupa [Torino] 2022, 73-79; Id., «Gesù in persona». Saggio di cristologia dialogica. 2. Annuncio del Regno – Ethos, Effatà Editrice, Cantalupa [Torino] 2025, 110-113), come nel caso della parabola del fariseo e del pubblicano al tempio, luogo in cui entrambi trovano giustificazione. Infatti, è possibile tradurre la finale del racconto lucano (18,14) così: «Questi [il pubblicano] discese a casa sua giustificato accanto/insieme all’altro [il fariseo]». Questo perché la scomoda preposizione greca pará (παρά), come in “paradosso”, “parallelo”, “Paraclito” e “parabola”, può significare “a differenza di”, “invece di”, ma anche “a causa di”. Così, la connotazione principale di pará non è quella di antagonismo (“a differenza”), ma di giustapposizione (“vicino a”). Dunque, è possibile che senza la sentenza finale di Luca su chi si umilia e chi si innalza, la parabola si sarebbe potuta concludere in questo modo: «L’uomo tornò a casa giustificato accanto/insieme all’altro» o addirittura «a causa dell’altro» (cf. Levine, Le parabole di Gesù, 257-259). Le traduzioni “accanto a” e “a causa di” risultano più sensate nel contesto storico e suggeriscono anche la più grande provocazione della parabola. Non va dimenticato che il giudaismo è un movimento comunitario in cui le persone pregano al plurale e in cui ogni membro della comunità è responsabile dell’altro. Per questo, le buone azioni di una persona possono avere un impatto positivo sulle vite degli altri (cf. A.-J. Levine – M. Zvi Brettler [edd.], Il Nuovo Testamento letto dagli ebrei, a cura di F. Dalla Vecchia, Queriniana, Brescia 2023, 157-158).                                                                            (Edoardo Scognamiglio).

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