C. Napolitano (cur.), I pentecostali in Italia. Letture, prospettive, esperienze, Claudiana, Torino 2021, pp. 554, euro 45.

Questo saggio raccoglie gli Atti del Convegno di Studi promosso dalla Facoltà pentecostale di Scienze religiose di Bellizzi (Sa) che si è svolto a Battipaglia nel 2019 (5-6 dicembre), con il patrocinio della Federazione delle Chiese pentecostali, della Regione Campania e del Comune di Battipaglia. Il curatore è pastore e studioso pentecostale, nonché pastore della Chiesa pentecostale di Cicciano (Na) e presidente della Federazione delle Chiese pentecostali, vice-presidente della Commissione delle Chiese evangeliche per i Rapporti con lo Stato (CCERS), preside della Facoltà pentecostale di Scienze religiose, membro fondatore dell’Associazione italiana docenti di ecumenismo (AIDEcu) e autore di vari saggi su temi di storia e teologia pentecostale.

È noto a un vasto pubblico che la rilevanza della diffusione del pentecostalesimo a livello internazionale è oggetto d’indagine storica e di analisi non solo sociologiche e ha indotto a nuove chiavi di lettura per interpretare la cosiddetta “permanenza del sacro” nel mondo contemporaneo e rivisitare la teoria dell’ineluttabilità della secolarizzazione. Questo saggio è una fotografia quasi completa dell’attuale situazione del mondo pentecostale in Italia.

Interessante l’intervento calibrato e preciso di Paolo Ricca che si è interrogato sul Significato della presenza pentecostale in Italia in una prospettiva ecumenica (pp. 11-19). Anzitutto, si afferma che il movimento pentecostale è parte di un’ecumene più grande che riceve, da questo movimento, il recupero di un’esperienza dello Spirito Santo e di una riflessione sul mistero dell’Amore divino; poi si riconosce che c’è stato, e c’è ancora, un vuoto dottrinale nell’ecumene circa l’identità e la missione dello Spirito Santo nella vita delle nostre Chiese. Ci sono tre contributi particolari che il movimento pentecostale offre alla cristianità contemporanea: l’attenzione agli ultimi, la forza della mobilitazione e del coinvolgimento (un’esperienza totalizzante della fede che tocca pienamente il credente), la glossolalia (il dono delle lingue) che oggi è poco sentita dagli stessi pentecostali. Alla domanda “Che cosa l’ecumene cristiana può suggerire al movimento pentecostale?”, Ricca rileva quattro contributi particolari: il recupero della consapevolezza di appartenere a una comunità mondiale (una coscienza cattolica, cioè di chiesa universale) che a volte il congregazionalismo non mette in rilievo; una lettura fondamentalista o letteralista della Bibbia che è il cuore di tutte le Chiese evangeliche; il superamento dell’emarginazione della donna dal discorso pubblico della chiesa; la riscoperta del pluralismo nelle forme stesse di chiese e di cristianesimo come dono di Dio, superando una certa uniformità storica, fino a poter dire che «sei cristiano solo insieme agli altri cristiani» (p. 19).

Dall’analisi di Enzo Pace, invece, Quando lo spirito soffia, le scienze sociali s’interrogano (pp. 21-44), emergono questi rilievi conclusivi: «il pentecostalismo (da quello moderno a quello contemporaneo, sino alle forme più spregiudicate d’impresa carismatica) ha conosciuto una crescita impressionante nel mondo perché ha provato a interpretare il messaggio cristiano senza il modello di chiesa gerarchica. Non è che la chiesa non faccia parte dell’immaginario di tanti pastori, ministri, missionari e imprenditori carismatici che oggi sono presenti in tutti i continenti del mondo; c’è, ma essa somiglia più all’idea elaborata da Gioacchino da Fiore che a quella di tradizione cattolica o ortodossa o riformata. Si pensa piuttosto a una chiesa resa leggera, a una comunità orizzontale, che estaticamente si lascia guidare dal soffio potente dello Spirito. Essa è immaginata e praticata, dunque, più come ecclesia spirituale che temporale, non retta da un sistema dogmatico chiuso, uno spazio che sa accogliere persone di culture e sensibilità diverse, offrendo loro un’esperienza mistico-estatica, senza chiedere passaporti o certificati di appartenenza» (pp. 40-41). Il pentecostalismo è in grado di accogliere persone di fedi diverse perché ripropone il fascino della spiritualità estatica che fa presa sulle grandi narrazioni dottrinali del cristianesimo istituzionale. È da notare che i pentecostali rappresentano, nel mondo, l’80% del protestantesimo.

Scrive così Luigi Berzano a proposito di Un risveglio dentro le anime. Pentecostalismo: new age dello Spirito (pp. 45-58): «Il pentecostalismo è fenomeno di rinnovata vitalità religiosa, ultimo “grande risveglio” su scala mondiale. È un “cristianesimo primario” i cui temi centrali sono le esperienze attraverso il dono delle lingue, i miracoli, le guarigioni, il primato dell’escatologia e dell’attesa della fine del mondo. È il desiderio di percezione immediata della presenza di Dio e dello Spirito Santo. I pentecostali ritengono che la Pentecoste sia “una realtà quotidiana”, sempre riproducibile attraverso la preghiera che suscita “l’effusione dello Spirito”, descritta come la discesa di una forza incommensurabile, un “battesimo di potenza” che rende capaci di compiere prodigi» (pp. 47-48). Si rileva anche la struttura reticolare del pentecostalismo che non si compone di una sola chiesa ma di molte comunità locali, cioè le congregazioni che hanno una loro autonomia teologica e organizzativa. I legami che uniscono le varie chiese pentecostali sono meno rigidi dei legami delle chiese evangeliche, ma sono molto più forti i legami che esse hanno con il territorio e le comunità locali.

Il pentecostalismo nel contesto post-secolare è la riflessione di Paolo Naso che evidenzia i fattori di successo di questo movimento, come quello della “portabilità” e della “trasmissibilità”: visto che l’evangelizzazione pentecostale non richiede grandi strutture e non ha bisogno di cattedrali gotiche e neanche di oratori polivalenti, la predicazione può iniziare in garage riadattati o nei capannoni dismessi delle grandi periferie industriali. «È insomma “portatile”, legata ai contenuti più che al contenitore, all’azione dello Spirito più che ai suoi frutti. Inoltre, cresce sull’onda emotiva dei “convertiti” che diventano a loro volta evangelizzatori, testimoni che “trasmettono” un annuncio semplice e diretto» (p. 67). Vige un apparato dogmatico leggero, essenziale, immediatamente comprensibile, senza alcuna mediazione religiosa o istituzionale. C’è poi il fattore dell’accessibilità: chi entra in una chiesa cattolica e non conosce le litanie o la liturgia eucaristica finisce per sentirsi imbarazzato e a disagio. Nella chiesa pentecostale vige l’informalità, dove il rigore liturgico fa spazio al soffio dello Spirito e l’individuo si sente prontamente accolto in una comunità emotivamente coesa. C’è, ancora, il carattere performativo dell’esperienza dello Spirito: è una realtà che incide concretamente nella propria vita, un vissuto che produce un cambiamento, talora un miracolo. C’è poi la condivisione, il racconto, della propria conversione, dell’incontro con l’amore di Dio, da parte di chi riconosce il proprio peccato. È un elemento molto sentito nella spiritualità pentecostale. Accanto a questi fattori tipicamente sociologici, Naso ne individua altri di diversa natura, tra i quali l’accentuazione messianica (l’imminente ritorno del Signore) che insiste sui tempi ultimi, l’agire politico di alcune chiese, ecc… Naso sottolinea anche un nodo ecumenico importante delle chiese pentecostali, tra i quali proprio l’ecumenismo: è più un fattore di divisione che di unione tra le stesse comunità pentecostali.

Si arriva a questa conclusione: «La crescita e il dinamismo del pentecostalismo sono dati ormai accertati e non è azzardato affermare che questa comunità di fede costituisce il vettore che più di altri trascina la crescita del cristianesimo su scala mondiale. Nato nell’alveo della tradizione protestante e delle sue correnti evangeliche che più alle radici della Riforma guardano ai suoi frutti e cioè alla fede dei credenti che “hanno personalmente accettato Gesù come signore e salvatore”, il pentecostalismo è oggi a un bivio. Da una parte vi sono correnti che, ancorandosi alla dogmatica riformata, su quel tronco intendono innestare una nuova spiritualità fortemente carismatica. La loro prospettiva è quindi quella di un dialogo, magari aspro e complesso su temi come l’etica, ma giustificato e alimentato dalla condivisione di fondamentali categorie teologiche. L’ecumenismo è una variabile sostenibile di questa strategia e anzi giustificata sulla base di un’idea inclusiva e universalistica dell’azione dello Spirito. Ma vi sono anche altri rami dell’albero pentecostale che – nettamente contrari al dialogo con la chiesa di Roma – sembrano intenzionati a correre in antagonismo anche al protestantesimo storico, configurandosi così come un “quarto cristianesimo”. In crescita più nel Sud globale che nell’Occidente secolarizzato, questo ramo pentecostale dispone di risposte dirette e facilmente fruibili a domande di senso, di sicurezza e di speranza oggi eccezionalmente diffuse. Un cristianesimo assai libero nella forma spirituale ma fermo ed escludente nei confronti di chi non si riconosce nel letteralismo biblico, nella glossolalia, nella consacrazione ministeriale esclusivamente maschile e in un approccio “fondamentalista” all’etica e agli stili di vita» (p. 77).

Sulle origini del movimento pentecostale italiano (1907-1929) si sofferma Antonietta Luongo (pp. 81-113), mentre una ricognizione storiografica e documentaria è offerta dal contributo di Carmine Napolitano (pp. 115-148) durante il fascismo. Poi, Danilo Consiglio indaga su Gli scenari pentecostali nel secondo dopoguerra (1946-1980) [pp. 149-180] e Lucrezia Gragnaniello su Una spiritualità poliedrica. I pentecostali italiani a cavallo tra due millenni (pp. 181-210). Se ne deduce, di volta in volta, che il pentecostalismo è un mondo vastissimo: «ricco, pieno, diversificato, fatto di popoli, credenze e caratteristiche che differiscono, a volte tanto sensibilmente da costituire una vera e propria sorta di “deriva delle origini”. Così come avviene per la popolazione mondiale, i pentecostali crescono, si moltiplicano, si evolvono e si diversificano. Alcuni abbracciano la modernità, cercano nuovi modi di essere chiesa, guardando alle realtà estere, come pure alle nuove tecnologie, e cercando spunti anche secolari per migliorarsi. Altri invece restano nostalgici e ancorati al proprio retaggio, quasi come a garanzia di integrità e genuinità. Ognuno di loro è stato, è e sarà sempre un pentecostale e cioè figlio di quella ritrovata consapevolezza che lo Spirito Santo costituisce i cuore pulsante di una chiesa dinamica che annuncia e aspetta impaziente il ritorno di Cristo» (p. 208).

L’intervento di Davide Romano (La presenza pentecostale per la missione evangelica in Italia. Un punto di vista avventista, pp. 211) chiude le letture per cedere il passo alle prospettive. Romano ritiene che «la missione evangelica in Italia ha rappresentato quasi la mission impossible di un cristianesimo diversissimo dal cattolicesimo romano: assai meno appariscente nelle sue liturgie, assai meno garantito e prevedibile, e la possibilità, talora sostenuta persino con fierezza e irriverenza, di un modo diverso di essere chiesa. Questa diversità è stata spesso apostrofata con disprezzo come radicale alterità: le chiese evangeliche erano le sètte, o addirittura, in una certa pubblicistica, anche recente, piuttosto ignara: un’altra religione» (p. 213). Romano fa notare, inoltre, che chiesa avventista e chiese pentecostali sono collocate nel medesimo alveo confessionale, pur riconoscendo marcate differenze tra di loro, tra le quali l’impronta fortemente congregazionalista dell’ecclesiologia pentecostale che ha come punto di riferimento una forte leadership. Nelle chiese pentecostali prevale l’idea che lo Spirito diversifica senza preoccuparsi troppo dell’unità, mentre nelle chiese avventiste l’attenzione è volta all’unità più che ai carismi personali. Inoltre, il corpus dottrinale delle chiese pentecostali è meno articolato di quelle avventiste. Tra le affinità non casuali che accomunano la tradizione avventista e quella pentecostale si annovera, anzitutto, il carattere olistico della comprensione della dimensione della fede che nutre l’intelletto. La santificazione si compie nella quotidiana adesione a un modello di vita encratica che promana da una determinata comprensione della Scrittura e dalla rigenerazione seguita dal battesimo dello Spirito. In entrambe le tradizioni è molto sottolineata l’opera dello Spirito Santo. Tuttavia, nell’avventismo lo Spirito è soprattutto connotato come Spirito della profezia, che ispira la visione profetica del movimento e illustra le grandi tappe della storia fino al ritorno di Cristo.  Tra le sfide teologiche e missionarie che accomunano avventisti e pentecostali sono da indicare: la questione del genere, quella ermeneutica ed ecumenica, la presenza delle chiese nello spazio pubblico.

Le prospettive raccolgono contributi abbastanza variegati e complessi: Pensare un uomo imprenditore. Pedagogie del Vangelo della prosperità (pp. 225-254, di Pino Schirripa); Chiese etniche evangeliche e pentecostali in Emilia Romagna (pp. 253-278, di Pino Luca Trombetta); Perseguitati? Nota sui rapporti tra cattolici e pentecostali in Italia tra passato e presente (pp. 279-300, di Riccardo Burigana); Le organizzazioni ecclesiastiche pentecostali in Italia (pp. 301-332, di Lamberto Tarquini); Il pentecostalesimo italiano tra tradizione e innovazione. Continuità e nuove tendenze (pp. 333-384, di Dario Coviello); Impegno sociale, volontariato e organizzazioni paraecclesiastiche: aspetti e modalità della presenza pentecostale in Italia nel quadro di una teologia della missione (pp. 552-420, di Vincenzo Paci); Tra cielo e terra: quali prospettive per un’ecclesiologia pentecostale? (pp. 421-454, di Nicola Palmieri); I pentecostali e la libertà religiosa in Italia: lo status quaestionis (pp. 455-502, di Ilaria Valenzi); Percorsi formativi e criticità della formazione pastorale nelle chiese pentecostali in Italia (pp. 471-502, di Raffeale Grilli). A seguire le esperienze: La chiesa pentecostale di Cosenza (AMICIB) [pp. 505-536, di Susanna Giovannini]; Chiesa “la base” di Follonica (pp. 537-542, di Franca Ezia Di Milia).

Dalle prospettive e dalle esperienze qui riportate si evince che l’associazionismo evangelico pentecostale in Italia è in fase di forte espansione: si osserva un maggior interesse verso l’aspetto della solidarietà. Tuttavia, è forte il rischio di sovrapposizioni e di competizioni tra chiesa e comunità. Da qui nasce il bisogno di un nuovo paradigma della missione per le chiese pentecostali in Italia che tenga conto del tratto multiculturale dei territori in cui sussistono e delle sfide della povertà e dell’emarginazione di molti membri. «Affinché la comunità cristiana sia veramente multiculturale, non basta che sia tollerante; deve essere effettivamente accogliente e distinguersi per le seguenti caratteristiche: deve riconoscere e favorire le altre culture […]; deve rispettare le differenze culturali e non livellarle […]; deve promuovere una giusta interazione fra le culture e cercare di creare un clima in cui ogni cultura possa esprimersi ed essere arricchita e trasformata dalle altre» (pp. 418-419). Per la formazione dei futuri pastori è richiesto una dedizione piena, secondo l’immagine del “pastore-cammello” che fa del sacrificio il suo modus vivendi (cf. pp. 497-499)

[Edoardo Scognamiglio]

 

 

 

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