L’Amore che ci nutre: dono e compito

L’Amore che ci nutre: dono e compito

 

«Figli cari, ricordiamoci che l’amore vive e si nutre di sacrifici. Il vertice dell’amore è lo stato nel quale è venuto a trovarsi Gesù sulla Croce quando disse: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” [Mt 27,46; Mc 15,34]. Senza sacrificio non c’è amore. Il sacrificio dei sensi, soprattutto degli occhi, il sacrificio del gusto, dell’udito e via dicendo»[1].

 

1. L’Amore ci fa generare

 

«Chi è con l’Amore non può non amare»[2]. Amando, rinneghiamo noi stessi – perché «non c’è amore senza abnegazione»[3] – e affermiamo un altro, donandoci a lui e, tuttavia, non perdiamo il nostro essere specifico: al contrario, lo affermiamo a un livello superiore, elevandoci a nuova perfezione. È questa l’esperienza di san Massimiliano Kolbe che, nel brano sopra indicato, dalla lontanissima Shangahi – nella mattinata del nove aprile 1933 – fa memoria di quanto vissuto tre anni prima nel difficile viaggio che lo avrebbe portato in Giappone. Se è vero che viviamo due volte, nella memoria come distensio animae (sant’Agostino) e nel presente quale coscienza dell’istante (il vissuto) o durata (H.-L. Bergson), padre Kolbe rivive in questa lettera tutto quello che l’Immacolata si è degnata di compiere durante i tre anni di permanenza in Giappone.

L’esperienza missionaria oltre l’Europa lo ha profondamente cambiato e reso partecipe di una missione più grande delle sue stesse aspettative: attorniato da un piccolo gruppo di amici, di frati, di gente curiosa, di aspiranti religiosi e catecumeni, egli sperimenta forse per la prima volta un senso profondo di paternità e non semplicemente di fraternità. Infatti, si rivolge agli altri – non solo ai destinatari della lettera – come a dei figli e non li riconosce semplicemente quale fratelli. Fra Massimiliano stesso si domanda: «Ma non suonano male le parole: “figlio”, “figli”, invece di “fratello”, “fratelli”?»[4]. Evidentemente, egli aveva compreso che l’Amore ci fa generare e ci inserisce in quella corrente divina che si sperimenta come dono di sé, gratuità, sacrificio, generosità.

Evocando il testo paolino di 1Cor 4,15, san Massimiliano trova nella causa del Vangelo la risposta a tale interrogativo: come l’apostolo delle genti, il frate polacco aveva generato molti figli nella fede attraverso la forza della fede e la predicazione della Parola. Recita così il brano paolino: «Potreste, infatti, avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri; io invece vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo». Paolo lascia intravedere – così come san Massimiliano – che nell’ambito della comunità cristiana vi sono persone che esercitano l’autorità di insegnamento, di correzione, di guida, alla maniera di pedagoghi. Al loro esempio – a cui si potrebbe applicare il detto evangelico «tutto quello che vi dicono fatelo e osservatelo, ma non agite secondo le loro opere» (Mt 23,3) –, l’apostolo delle genti contrappone il proprio di padre a motivo del primo annuncio ricevuto direttamente da lui. Ciò vale anche per san Massimiliano: egli è padre per coloro ai quali ha annunciato il Vangelo e, quindi, chiamato alla fede.

Il rapporto di affetto paterno che lega Paolo – san Massimiliano – ai suoi figli spirituali deve tradursi spontaneamente in un’imitazione da parte di questi: quale il padre tale il figlio. C’è una linea diretta tra Dio Padre, Gesù Cristo, Paolo, san Massimiliano, la predicazione del Vangelo, la generazione dei figli spirituali (i cristiani di Corinto come di Shanghai) e il comportamento esistenziale di questi. Tale linea si concretizza nell’amore (agapé) che è dono di sé per gli altri. E poiché l’apostolo – così come san Massimiliano – configura la sua attività missionaria nel dono totale di sé e della sua vita sul modello di Cristo, può presentarsi come norma concreta di condotta dei neofiti.

In 1Cor 4,16 è detto: «Vi esorto, dunque, fatevi miei imitatori!». San Massimiliano sente forte questo invito che rivolge ai suoi figli spirituali e anche ai confratelli. Egli è consapevole di aver generato – per grazia di Dio – molti figli nella fede. «Io pure, perciò, applico a me stesso con gioia, rallegrandomi del fatto che l’Immacolata si sia degnata, nonostante le mie miserie, debolezze, stupidità e indegnità, di infondere in voi attraverso di me la sua vita, di rendermi vostra madre. È così che la vita divina, la vita della Trinità scorre dal sacratissimo Cuore di Gesù, attraverso il Cuore Immacolato di Maria, nei nostri poveri cuori, ma sovente anche attraverso altri cuori creati. Che questa vita sia l’amore, noi tutti lo comprendiamo bene. Ecco perché Gesù ha affermato: “Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra e quanto desidererei che esso fosse acceso [Lc 12,49]»[5].

Attratto dalle «inebrianti armonie dell’amore»[6], padre Kolbe si è reso consapevole di essere uno strumento nelle mani dell’Immacolata e dono di grazia di Cristo e del suo Vangelo: la vita divina passa anche attraverso l’esile e tragica esistenza del discepolo che è riempita di senso proprio dal dono di sé per l’altro e dal fuoco dell’amore. Ciò che muove fra Massimiliano è l’amore assoluto, l’amore trinitario, l’agapé, l’amore sostanziale.

«Se Dio esiste (per me è diventato indubitabile), egli è necessariamente amore assoluto. Ma l’amore non è la caratteristica di Dio. Dio non sarebbe amore assoluto se fosse amore soltanto per l’altro, per il relativo, il corruttibile, il mondo […]. Dio è essere assoluto perché è atto sostanziale di amore […]. Dio, o la Verità, non solo ha amore, ma anzitutto “è amore, ó Theos ágápê éstín” (1Gv 4,8), cioè l’amore costituisce l’essenza di Dio, la sua propria natura»[7].

 

2. L’abbandono

 

Se Dio è Amore sostanziale, come ci insegna la tradizione giovannea e sottolinea particolarmente la spiritualità cristiana non solo ortodossa, la conoscenza effettiva della Vita – e quindi della Verità – è pensabile nell’Amore. Chi realizza il dono dell’Amore come offerta di sé per l’altro, scopre il senso della Vita. Questa scoperta del senso della Vita, padre Kolbe la rivive nel momento in cui ripensa al suo lungo viaggio per Roma, durante la festività dei sette dolori di Maria che, fino al 1960,era celebrata – oltre il 15 settembre – anche il venerdì precedente la domenica delle palme. Nel 1933, tale festività cadde il giorno 7 aprile. San Massimiliano ripensa anche alla grande calca di cinesi che si recò a Roma nel 1933 in occasione del giubileo per il 19º anniversario della Redenzione e per la consacrazione episcopale di cinque rappresentanti dell’Asia, tra i quali due cinesi. I ricordi sono tanti: il disagio della traversata oltreoceano a motivo della troppa gente, le intemperie durante il viaggio, l’essersi ritrovato da solo senza la compagnia prevista, le precarie condizioni economiche, etc… Eppure, in questo difficile complesso di eventi, san Massimiliano sente una forte pace interiore, una certa estasi d’amore che trova il suo vertice nel Cristo crocifisso.

Crediamo, senza calcare troppo la mano e il senso letterale del testo kolbiano, che san Massimiliano abbia sperimentato una doppia solitudine: sia in rapporto alla memoria del viaggio – infatti a un certo punto scrive: «Sono tornato, ma nulla di straordinario. Non ho trovato nemmeno il Signor ministro. Sicuramente l’Immacolata vuole che io parta con la nave italiana, anche se ho sentito dire che è piena zeppa a motivo del pellegrinaggio cinese a Roma. Vedrò domani» –, sia per i tempi difficili che stava vivendo in quel moment, di fatti, padre Kolbe stava pensando al piccolo gruppo di fedeli che giorno per giorno si rimpiccioliva. Egli riesce a legare la sua esperienza di solitudine e di abbandono alla passione di Cristo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). San Massimiliano sapeva che sopportare l’oltraggio, essere fatti oggetti di scherno a motivo della fede, è il vero contrassegno dei credenti da millenni. Egli sapeva bene che chi ha trovato Dio nella croce di Gesù Cristo sa come Dio si nasconda in modo sorprendente in questo mondo, sa come sia massimamente vicino proprio là dove noi lo pensiamo estremamente lontano. «Chi ha trovato Dio nella croce perdona anche tutti i suoi nemici, perché Dio ha perdonato lui»[8].

Prima ancora di affermare che il nostro amore si nutre di sacrifici e di rinunce, è chiaro che è l’Amore a nutrirci con il dono di sé. Il Padre ci ha cercati e ci ha perdonati e amati nel Cristo crocifisso, l’Abbandonato. Se è vero che senza sacrificio non c’è amore, è altrettanto vero che senza l’Amore di Dio in noi non è possibile alcun slancio vitale. È nell’Amore-Crocifisso che noi troviamo il senso del nostro donarci e del vivere per gli altri, diversamente il cristianesimo sarebbe solamente una sorta di filantropia. L’amore che salva e redime è il Cristo crocifisso. In questo amore noi possiamo amare. In questo amore noi impariamo ad amare. Da qui la possibilità di sperimentare il doloroso morire di Cristo come dono e compito, grazia e annuncio.

Chi realizza il dono dell’Amore come offerta di sé per l’altro, scopre il senso della Vita e diviene cooperatore dell’amore di Dio creatore. «La verità manifestata è amore. L’amore realizzato è bellezza. Il mio stesso amore è azione di Dio in me, e mia in Dio. Questa co-attività è il principio della mia partecipazione alla vita e all’essere divini, cioè all’amore sostanziale, perché l’assoluta veridicità di Dio si dischiude appunto nell’amore»[9]. L’Amore sostanziale educa, permette di tirare fuori – ex-ducere – quel seme di vita che è in ciascuno di noi, affinché le nostre azioni partecipino dell’atto creativo divino. Non siamo noi ad aprirci alla Vita, è l’Amore che ci conduce verso un progetto più grande di noi, di quello che siamo o pensiamo.

 

 

 

 

3. Chiamati ad amare

 

Padre Kolbe sembra dirci che l’Agapé e la crescita nell’amore sono all’origine del nostro essere persona e che l’Amore trinitario – “amare ed essere amato” – è la risposta dell’uomo al problema dell’esistenza e al senso pieno della vita. Siamo chiamati ad amare come il Cristo perché già amati da lui.

«Quando l’amore vi chiama, seguitelo. Benché le sue vie siano ardue e ripide. E quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi a lui, anche se la spada nascosta tra le sue penne può ferirvi. E quando esso vi parla, credetegli, anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni come il vento del nord quando devasta il proprio giardino. Poiché come l’amore vi incorona, così vi crocifigge. È ugualmente pronto sia a farvi fiorire che a potarvi […].

Come covoni di grano vi accoglie in sé. Vi scuote per rendervi spogli. Vi setaccia per liberarvi dalle reste. Vi macina fino all’estrema bianchezza. Vi impasta finché non siate cedevoli; e infine vi assegna al suo sacro fuoco perché diventiate pane sacro per la mensa di Dio.

Tutte queste cose saprà compiere l’amore per voi, di modo che voi possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della Vita […].

L’amore non dona che se stesso e nulla prende se non da se stesso. L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto; poiché l’amore basta all’amore.

Quando amate non dovreste dire: “Dio è nel mio cuore”, ma piuttosto, “Io sono nel cuore di Dio”. E non pensate di poter voi condurre l’amore, poiché è l’amore che, si vi trova degni, condurrà voi. L’amore non ha altro desiderio che appagare se stesso»[10].

È, dunque, nella prospettiva dell’Amore sostanziale e trinitario – Deus caritas est[11] – che dobbiamo ripensare, soprattutto in questo tempo in cui predomina l’ideologia del relativismo e una certa dittatura della cultura dell’effimero e dell’immanenza[12], il significato autentico e originale della missione e dell’annuncio del Vangelo. Si diventa cooperatori dell’amore trinitario perché è l’Amore stesso a chiamarci. Si può trasmettere la fede perché abitati da un amore più grande che ci orienta e guida. Non finiremo mai di ripetere abbastanza, e di comprendere a sufficienza, che questo nostro assomigliarci all’amore di Dio è un amore attivo a ciò che ci è già dato. L’amore di Dio passa in noi e ci fa esistere, essere persona, divenire autentici. L’Amore ci personalizza. Amiamo genuinamente solamente quando ci identifichiamo nell’Amore[13] che resta, per noi, “dono e compito”.

Il senso del generare i figli nella fede, per padre Kolbe, è stata un’esperienza autentica di libertà e ci permette di comprendere che la vita non ha origine semplicemente da altra vita, bensì dall’Amore trinitario. Se è l’amore a far nascere, allora il dono dell’origine non è un abbandono, bensì un meraviglioso progetto di vita. È la relazione nell’amore ad aprirci al senso autentico della vita e della libertà[14]. L’amore è auto-comunicazione del bene: educare alla vita e alla libertà significa, all’interno della famiglia come delle nostre comunità e fraternità, formare alla gratuità, cioè alla capacità di riconoscere il bene all’origine e come origine della nostra stessa esistenza. Si tratta altresì di testimoniare e di far capire ai propri figli non solo nella fede – come a ogni persona d’altronde – che il bene è reale quando la libertà è suscitata, rispettata, alimentata, fino ad essere feconda e a trovare un senso di pienezza[15]. Il bene è reale quando genera comunione: perché fa incontrare le persone nella loro identità profonda e nel senso della loro vita, stabilendo legami irriducibili. San Massimiliano sembra affermare che il Cristo crocifisso, l’Abbandonato, è l’irrinunciabile spazio di umanizzazione e di reciprocità comunionale, ove la libertà è sperimentata come “dono e compito” di sé per l’altro, e l’amore è vissuto come risposta al problema dell’esistenza umana: “Amo perché sono amato”. Chi ama veramente è libero e si autopossiede solamente in Dio, nell’Altro da sé.


[1] SK 503.

[2] P.A. Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, a cura di N. Valentini, Cinisello Balsamo (Milano) 2011, 85.

[3] V.S. Solov’ëv, La Sofia. L’Eterna sapienza mediatrice tra Dio e il mondo, a cura di E. Treu, Cinisello Balsamo (Milano) 1997, 31.

[4] SK 503.

[5] Ivi.

[6] Ivi.

[7] Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, 82.

[8] D. Bonhoeffer, Memoria e fedeltà, Magnano (Biella) 1995, 40.

[9] Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, 86.

[10] K. Gibran, Il Profeta, in Id., Tutte le poesie e i racconti, a cura di T. Pisanti, Roma 1993, 62-63.

[11] Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est (25-12-2005), n. 6 (EV 23,1550): «L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità. Sì, amore è “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio».

[12] «Abbandonandosi al relativismo e allo scetticismo», spesso l’uomo «va alla ricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità»: (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor [6-8-1993], n. 1: EV 13,2534).

[13] Per approfondire l’aspetto della personalizzazione dell’essere umano attraverso l’amore divino, cf. E. Scognamiglio, Il volto dell’uomo. II. La risposta e le domande, Cinisello Balsamo (Milano) 2008.

[14] La libertà è – energia di – adesione a dei valori fondamentali e non è una realtà estrinseca al soggetto, bensì intima a noi stessi. La libertà non è semplicemente l’affermazione della propria autonomia ma energia di adesione a valori essenziali. Non è la libertà, in senso kantiano, emancipazione da certi valori. Questo modo di pensare e di agire ha generato una certa ipertrofia della libertà come autonomia, determinando la stessa libertà come “revocabilità di tutte le scelte”. In proposito, cf. U. Galimberti, Senza l’amore la profezia è morta. Il prete oggi, a cura di G. Pasquale, Assisi (Perugia) 2010, 99-100.

[15] Cf. R. Mancini, L’uomo e la comunità, Magnano (Biella) 2004, 73-102. Belle anche le riflessioni di E. Fromm, The Art of Loving [1957], London 1995 [L’arte di amare, a cura di M. Damiani, Milano 2009].

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