J.-P. Vesco, L’audacia della fraternità, traduzione di P.M. Mazzola, LEV, Città del Vaticano 2026, pp. 167, euro 16.
«Credo che la nostra Chiesa debba pensarsi maggiormente come una comunità di fratelli e sorelle. È questa la testimonianza più alta che possa dare al mondo. Più che una lotta di potere, il necessario riequilibrio tra clero e laici, tra uomini e donne, è una questione essenziale di alterità e di fraternità. Se amo essere chiamato fratello piuttosto che padre o monsignore, non è per falsa modestia o civetteria, ma precisamente per questa posta in gioco dell’alterità, che non è una scelta ma un’evidenza: io ho bisogno dei fratelli e delle sorelle della mia diocesi, come avevo bisogno dei miei fratelli domenicani, per essere ciò che io sono per loro» (p. 132).
Questo breve saggio, un gioiello narrativo sulla fraternità, anche se non aggiunge alcun dato nuovo (dal punto di vista biblico, teologico e filosofico) su tale tema, propone però, con linguaggio semplice, diretto e immediato, perle di saggezza e di profonda spiritualità sul dialogo, sulla vita comune, sull’alterità, sullo stare al mondo secondo il Vangelo, a modo di Cristo stesso, nella prospettiva di un’esistenza agapica, aperta e generosa verso il prossimo. L’autore è un frate domenicano creato cardinale, arcivescovo di Algeri dal 2021, dopo esserlo stato a Oranto dal 2012. Ha esercitato la professione di avvocato prima di entrare nell’Ordine e, in seguito, ha studiato all’école Biblique di Gerusalemme.
Il libretto è strutturato in sei capitoletti che si presentano in forme diverse: interviste, omelie, conferenze ed esortazioni. Il tema è la fraternità intesa come una forza sovversiva che diventa un dovere per la Chiesa, il modo concreto di stare al mondo di ogni comunità cristiana. La fraternità è un’urgenza per il cristianesimo e per ogni cittadino del mondo: abbraccia uomini e donne di ogni credo e cultura, razza e provenienza. Se Cristo ha dato la vita per tutti gli uomini, allora dobbiamo diventare apostoli della fraternità universale. Sfida da raccogliere, la fraternità rimanda all’unità del genere umano della quale non siamo ancora tutti consapevoli (cf. p. 35-36). La fraternità avvicina, ci fa sentire l’appartenenza a una stessa famiglia umana, a uno stesso corpo, e non può limitarsi a un’esperienza solamente ecclesiale: «Siamo chiamati a essere “fratelli di tutti”, pena il rischio di rinchiuderci in una forma di comunitarismo ben distante dal progetto di salvezza di Gesù per l’umanità intera. Ma naturalmente, la fraternità, pur avendo una sua specificità cristiana, non è un monopolio cristiano! Hanno probabilmente inciso grandemente su questa mia attenzione alla fraternità gli anni di vita trascorsi in Algeria» (p. 36). Bisogna dare prova di una fratellanza che superi i limiti della propria comunità, del proprio Stato. La fraternità, secondo Gesù, richiede una forma di uguaglianza insita nella dignità, anche se ci sono responsabilità differenti. «Nelle nostre famiglie sappiamo cosa significa l’uguaglianza di dignità, di amore incondizionato, indipendentemente dai successi e dai fallimenti di ciascuno» (p. 40). Il titolo di “fratello”, come altresì di “sorella”, definisce l’essere stesso della Chiesa, il nostro modo di vivere il Vangelo, pur nella gerarchia della Chiesa cattolica. «Il nostro papa è un fratello che è vissuto per tutta la vita in comunità. E questo plasma l’uomo!» (p. 40).
Forte è la critica del nostro presule nei confronti di una paternità spirituale istituzionalizzata, legata a una funzione, in particolare clericale, invece che a una persona particolare. «Voler essere semplicemente fratello non priva della possibilità di essere uno che apre gli occhi all’altro, o un accompagnatore spirituale, ma questo pone le due persone in una situazione di “alter-eguaglianza” davanti allo stesso e unico Padre che è nei cieli» (p. 42). È solo riconoscendo una plasticità delle relazioni che diventa possibile superare la paternità spirituale istituzionalizzata o la fraternità gerarchizzata. Nella paternità clericale i ruoli restano immutabili ed è reale il rischio di un’infantilizzazione a vita. In tal senso, è forte il rapporto tra fraternità e amicizia: quest’ultima è una forma di realizzazione della fraternità (cf. p. 43).
La sfida della fraternità universale e plurale deve fare i conti con l’individualismo, il nazionalismo e il pluralismo stesso che mettono a dura prova l’accoglienza dei migranti e degli stranieri. C’è anche una fraternità cosmica che ci obbliga a fare i conti con la sopravvivenza del nostro pianeta. La fraternità impone un atteggiamento incondizionato di accoglienza (mettersi nei panni dell’altro) e di rispetto dell’ambiente che ci circonda e obbliga alla riduzione dei consumi delle risorse della Terra.
È interessante la riflessione del nostro autore nel capitolo terzo, ove riprende una parte della sua lettera pastorale di Orano (23-5-2021), in cui accenna al bisogno di realizzare una Chiesa fraterna (cf. Gv 13,35) che vive in comunione tra i battezzati, che è capace di aprirsi all’accoglienza dell’altro nella sua diversità, nonché di accogliere gli abitanti dell’intero Paese, di qualsiasi credo e religione, in grado anche di superare la tentazione proselitista, se pur coraggiosa nel confessare la fede in Cristo Gesù. È una Chiesa che diventa capace di svelare il senso più profondo della fraternità che tutti noi ci portiamo dentro. «Costruire fraternità non rientra nell’ordine del “fare”, ma del disvelamento di una fratellanza che c’è già, in attesa di essere rivelata, di avere un nome. E, non appena affiora alla coscienza, fraternità chiama fraternità, e la costruisce» (p. 113).
Suggestiva la visione concreta che l’autore di questo saggio ha della sinodalità: «Fraternità e sinodalità vanno di pari passo. Sinodalità vuol dire mettere la fraternità al cuore della vita della Chiesa. Questo vasto e ambizioso cantiere aperto da papa Francesco è un’opportunità per la nostra diocesi, che vi è già ben impegnata» (p. 121). La Chiesa sarà tanto più sinodale quanto più ci interesseremo a ciò che gli altri fanno e vivono. «Sentirsi veramente coinvolti da ciò che l’altro fa e vive è la chiave di una sinodalità in atto» (p. 122). Una Chiesa più sinodale è capace di fare posto in suo seno ai laici, alle donne, ai ministeri, alla governance, e con una sperimentazione nella Chiesa locale. La Chiesa sarà sinodale nella misura in cui accoglie e realizza il manifesto della fraternità e si apre al mondo per l’accoglienza di tutti. Il modello gerarchico della Chiesa cattolica, che garantisce l’unità, non deve essere sacralizzato, per evitare il clericalismo, e ha bisogno di una dinamica sinodale al suo interno. La responsabilità, nella Chiesa, cresce nella misura in cui è condivisa e il governo gerarchico è partecipato (cf. p. 128). La fraternità, in tal senso, diventa figura di prima grandezza della Chiesa che permette di dare spazio al ruolo delle donne, alla vocazione femminile nella vita di comunità.
[Edoardo Scognamiglio].

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