Coltivare la pace, custodire il creato

Coltivare la pace, custodire il creato
Il messaggio che Benedetto XVI ha affidato a tutti i cristiani e a ogni uomo e donna di buona volontà per la 48ª giornata mondiale della pace è, per i suoi contenuti, strettamente affine al carisma francescano e allo Spirito di Assisi. Infatti, già dal titolo si evince la sensibilità e l’attenzione nei confronti del creato e delle opere di Dio: Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. I verbi qui usati potrebbero apparire impropri, ma non è così. Di solito si è portati a pensare in questi termini: “custodire il dono della pace” e “coltivare le cose del creato”.

1. La pace: dono e responsabilità

Guardando con una certa attenzione alla Sacra Scrittura, ci accorgiamo, invece, che la pace è innanzitutto dono di Dio. È un bene messianico che l’umanità riceve gratuitamente da Dio per le sue promesse rivolte a Israele. Sono da leggere in questa prospettiva gli oracoli del profeta Isaia a proposito della nascita del Messia e del tempo di pace e di luce che avverrà per il futuro d’Israele (cf. almeno Is 52,7-10). Quindi, la pace è un bene prezioso che noi riceviamo e che bisogna far crescere, cioè coltivare. La pace è come un seme che non può crescere da solo: ha bisogno dell’attenzione del contadino, quindi di acqua e di concime. Questa semente del bene, poi, deve cadere sul terreno buono, cioè fertile, coltivato. È il cuore dell’uomo, dunque, il vero protagonista del dono della pace. Nel cuore, infatti, avviene di tutto: ci sono emozioni, sentimenti, ragionevolezza, volontà, desideri. Si tratta di orientare il cuore a scelte giuste, ragionevoli, che si lascino guidare dall’amore, dalla libertà, dalla gratuità dal dono di sé e della vita.

L’espressione, poi, “custodisci il creato”, quasi una sorta d’imperativo, è la conditio sine qua non per vivere con serenità, in armonia. Biblicamente, Adamo riceve il comando di lavorare la terra, di arricchire l’ambiente attorno a sé e non d’impoverirlo (cf. Gen 2,15). Egli è sì il plenipotenziario di Dio, il suo vicario, però anche il custode dell’Eden. Da qui il senso della responsabilità verso le cose create che sono un segno della potenza e dell’azione di Dio nel mondo.

2. La salvezza, una questione di spazi

Lo stretto legame che Benedetto XVI individua tra pace e ambiente ci fa comprendere come la salvezza sia un fatto che tocca anche i nostri “spazi”. Da sempre, infatti, il cristianesimo si presenta come la religione dei corpi e della carne. Da sempre i cristiani si fanno annunciatori di un messaggio di redenzione che tocca l’individuo nella sua totalità – di anima-corpo, di unidualità – e nella sua relazione con gli altri e il mondo. Il papa sembra dirci che non c’è salvezza per noi se non c’è custodia del creato. O, meglio, ancora, che la nostra salvezza è legata fortemente a quella dello spazio che ci circonda. Come mai?

I Padri della Chiesa hanno sempre riletto la creazione come un segno forte della bellezza di Dio: il cielo, la luna, le stelle, il sole, i fiumi, i mari, i campi, i fiori, e quanto altro è uscito dalla mano dell’Onnipotente, cantano la gloria di Dio (cf. Sal 18). La bellezza del firmamento, la luce degli astri e l’armonia che si riversa nei nostri cuori guardando il cielo pulito e assolato sono un segno della grazia di Dio, dell’ordine primordiale che il Signore ha stabilito fin dall’inizio della creazione. Anche la tradizione musulmana vede nelle opere della creazione i segni (ayat) della presenza di Dio, per cui risulta difficile non credere in Allah!

L’attenzione all’ambiente ci impone di considerare non solo la qualità della nostra vita sociale ed economica, ma anche la nostra stessa identità. È come dire: “noi siamo il nostro corpo”. O anche: “la salvezza è questione non solo di anime bensì di corpi, cioè di spazi”. È sufficiente dare uno sguardo ad affreschi, dipinti, tele, mosaici, che riprendono l’immagine della Gerusalemme celeste, per capire lo stretto legame tra salvezza delle anime (i santi, i giusti) e salvezza dei corpi e degli spazi (la città santa adornata con spazi vivibili e puliti, accessibili, ricolmi di verde, di piante, di fiori, di luci, di colori).

La salvaguardia del creato, afferma il papa nel suo messaggio, «diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità. Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo umano integrale – guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani –, non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito. Per tale motivo è indispensabile che l’umanità rinnovi e rafforzi “quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino”» (n. 1.).

Benedetto XVI fa riferimento all’enciclica Caritas in veritate in cui ha evidenziato come lo sviluppo umano integrale sia strettamente collegato ai doveri derivanti dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale, considerato come un dono di Dio a tutti, il cui uso comporta una comune responsabilità verso l’umanità intera, in special modo verso i poveri e le generazioni future. Quando la natura è considerata semplicemente frutto del caso o del determinismo evolutivo, rischia di attenuarsi nelle coscienze la consapevolezza della responsabilità. Ritenere, invece, il creato come dono di Dio all’umanità ci aiuta a comprendere la vocazione e il valore dell’uomo. È quanto si deduce dal Salmo 8,4-5 che Benedetto XVI cita nel messaggio: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?». Contemplare la bellezza del creato è stimolo a riconoscere l’amore del Creatore, quell’Amore che muove il sole e l’altre stelle.

3. La coscienza ecologica

Riprendendo un precedente messaggio di Giovanni Paolo II per la pace, dal titolo significativo (Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato), Benedetto XVI richiama l’attenzione sulla necessità di sviluppare nelle nostre comunità e famiglie una coscienza ecologica. La crisi ecologica, infatti, è crisi dell’uomo, è crisi di valori. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali. Non possiamo trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti “profughi ambientali”: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare – spesso insieme ai loro beni – per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato. Non possiamo non reagire di fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali. Sono tutte questioni, scrive Benedetto XVI, «che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo» (n. 4).

Certamente, la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell’uomo e delle sue relazioni con i suoi simili e con il creato. «Saggio è, pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni. Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono da tempo evidenti in ogni parte del mondo. L’umanità ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale; ha bisogno di riscoprire quei valori che costituiscono il solido fondamento su cui costruire un futuro migliore per tutti. Le situazioni di crisi, che attualmente sta attraversando – siano esse di carattere economico, alimentare, ambientale o sociale –, sono, in fondo, anche crisi morali collegate tra di loro. Esse obbligano a riprogettare il comune cammino degli uomini. Obbligano, in particolare, a un modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove regole e forme di impegno, puntando con fiducia e coraggio sulle esperienze positive compiute e rigettando con decisione quelle negative. Solo così l’attuale crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità» (n. 5).

4. Il contributo francescano: la creaturalità o la coscienza del limite come risorsa

Alla luce della crisi ecologica, della crisi dell’uomo e dello sfrenato consumismo che tocca l’uomo nei suoi rapporti, quale potrebbe essere il contributo francescano?

Sicuramente, in rapporto all’uomo e alla sua identità, quello di riscoprire la coscienza della creaturalità, della fragilità, del limite, come una risorsa. San Francesco si è sempre percepito come creatura innanzi al Creatore. Da questa visione dell’uomo – nel suo rapporto con Dio – è poi scaturita ogni altra relazione (con i fratelli, la società, la natura, il creato, il mondo).

Molto dei nostri affanni, di un continuo cercare smodato e vuoto, è dovuto all’incapacità di sposare questa prospettiva: l’uomo, diceva il Poverello, tanto vale davanti a Dio e nulla più, per quello che è. Abbiamo un gran bisogno di fare nostra questa intuizione del Poverello: siamo creature innanzi al Creatore. Si tratta di sviluppare concretamente, in ogni circostanza, in qualsiasi tipo di rapporto, la coscienza del limite. Per Francesco, la consapevolezza di sé, del suo essere creato, quindi relativo (in quanto non assoluto e perché rivolto, relazionato, a Dio) è una grande risorsa. Gli permette di essere in pace con se stesso, con il prossimo, con il creato e con Dio. Addirittura, per questa consapevolezza del limite, egli riesce a guardare in faccia alla propria morte e a chiamarla con il nome di “sorella”. Non è questa una condizione idilliaca, poetica, bensì il frutto di una relazione creaturale autentica, genuina, equilibrata, sapienziale, secondo la volontà del Creatore.

Il rapporto che noi abbiamo con la natura è alterato: non passa più per il Logos, per la Sapienza, bensì per le burrasche e le tempeste dell’Io, per le voglie capricciose dei nostri cuori che vogliono possedere, conquistare, trasformare, deturpare, consumare. È indispensabile, per la nostra società (malata di edonismo e di efficientismo), riscoprire il limite – la creaturalità – come risorsa e non come minaccia al progresso e al bene personale e comune. Parlare di limite – o “liminalità” o pure di “creaturalità” – significa guardare più in profondità al significato della vita e al progetto di Dio per noi. Dio si rivela nella nostra concretezza di creature, nell’essere del nostro limite.

Il progresso tecnologico e scientifico non è in grado di offrire all’uomo alcun futuro senza Dio. Non sarà certamente il progresso scientifico e tecnologico a garantirci un futuro migliore. La critica della Chiesa cattolica su questo punto è abbastanza nota e chiara: al progresso e al benessere socio-economico quasi mai corrisponde una crescita spirituale e un avanzamento del bene e dell’etica. Anzi, molte volte capita che, al progresso economico, sociale e tecnologico, corrisponda una situazione di regresso spirituale e morale.

Alcune scoperte della tecnica e della scienza, pur recando grandi benefici all’umanità, si sono rivelate assai pericolose nella loro applicazione. La questione ecologica è tra le sfide più urgenti del nostro tempo. L’autodistruzione è determinata dall’uso squilibrato dei beni della Terra e da un consumo eccessivo. Gli abusi perpetrati sul creato devono trovare una fine a motivo della responsabilità e della nuova sensibilità ecologica che si sta creando nell’attuale società. Se lo spazio da noi umanizzato è malato, inquinato, allora significa che il peccato è penetrato dentro la natura, negli spazi che noi occupiamo. Non solo dobbiamo riconoscere delle strutture di peccato, ma altresì degli spazi di peccato. Lì dove l’inquinamento è irrefrenabile, come una cascata in piena, lì la grazia di Dio non è più presente. Si tratta di mettere assieme grazia, ordine, armonia del creato, bellezza, senso estetico. Altrimenti, non si potrà comprendere la natura devastante del peccato e le conseguenze cosmiche del male nel mondo.

Nella visione francescana, la materia, le cose create, sono piene di Logos, dell’impronta del Verbo, che è l’opera somma della creazione. È quanto affermava san Bonaventura! Lo stesso Benedetto XVI, nella visita che qualche tempo fa fece a Bagnoregio (6 settembre 2009), affermò in un suo discorso: «Quanto sarebbe utile che anche oggi si riscoprisse la bellezza e il valore del creato alla luce della bontà e della bellezza divine! In Cristo, l’universo stesso, nota san Bonaventura, può tornare ad essere voce che parla di Dio e ci spinge ad esplorarne la presenza; ci esorta ad onorarlo e glorificarlo in tutte le cose. Si avverte qui l’animo di san Francesco, di cui il nostro Santo condivise l’amore per tutte le creature».

Agire per la pace, lavorare in modo responsabile per la salvaguardia del creato, oggi, significa prendere sul serio il valore della creazione dell’uomo quale immagine e somiglianza di Dio. Prendiamo atto che c’è un urlo della Terra di fronte alle catastrofi ambientali e che la salvezza è solamente in spe. La creazione, quindi, soffre e geme come la donna per le doglie del parto e attende la liberazione. In ambito catechetico, allora, è necessario educare-formare, anzitutto, ai nuovi stili di vita, sottolineando come le modalità con le quali l’uomo tratta l’ambiente influiscano sulle modalità con cui egli tratta se stesso e viceversa. Poi, è importante educare a “sentire” la terra come nostra casa comune, fino a sviluppare non soltanto un’ecologia della natura, ma altresì un’ecologia della pace e un’ecologia umana.

5. I nuovi stili di vita

Concretamente, ci chiediamo: “Quali possono essere o quali sono effettivamente i nuovi stili di vita?”. E, ancora: “Come attualizzarli nel nostro vissuto quotidiano?”. In nuovi stili di vita possono risultare degli strumenti semplici che la gente comune hanno a disposizione per cambiare la vita di ogni giorno e anche per influire sui cambiamenti strutturali che necessitano di scelte responsabili della realtà politica, sociale ed economica. I nuovi stili di vita si applicano sia a livello personale che comunitario, fino a poter raggiungere i vertici del sistema globale. Essi consistono in:

– azioni quotidiane, possibili a tutti, che generano un nuovo modo d’impostare la vita giornaliera;

– pratiche nuove di vita quotidiana che rendono concreto il sogno di un’altra vita possibile;

– strumenti popolari per poter cambiare la realtà e azioni che possono influire sui cambiamenti strutturali a livello locale ma anche mondiale.

A livello sociale si possono individuare – storicamente – come stili di vita alcuni fenomeni e determinante proposte: il boicottaggio, il consumo critico, il movimento ambientalista, la finanza etica, il commercio equo e solidale, lo sviluppo del microcredito, la banca del tempo, la raccolta differenziata, il turismo responsabile, l’educazione alla sobrietà e lo studio della conoscenza delle effettive risorse ambientali, l’uso riciclato dei beni di consumo, l’educazione all’alterità e alla pace, la formazione al rispetto dello straniero.

Questo percorso relativo al tema della giustizia e della pace ci sembra abbastanza concreto. D’altronde, Giovanni Paolo II aveva già puntato l’attenzione sull’importanza dell’educazione ai nuovi stili di vita. Di fatti, così si esprime al n. 36 della Centesimus annus: «La domanda di un’esistenza qualitativamente più soddisfacente e più ricca è in sé cosa legittima; ma non si possono non sottolineare le nuove responsabilità e i pericoli connessi con questa fase storica. Nel modo in cui insorgono e sono definiti i nuovi bisogni, è sempre operante una concezione più o meno adeguata dell’uomo e del suo vero bene: attraverso le scelte di produzione e di consumo si manifesta una determinata cultura, come concezione globale della vita. È qui che sorge il fenomeno del consumismo. Individuando nuovi bisogni e nuove modalità per il loro soddisfacimento, è necessario lasciarsi guidare da un’immagine integrale dell’uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali. Al contrario, rivolgendosi direttamente ai suoi istinti e prescindendo in diverso modo dalla sua realtà personale cosciente e libera, si possono creare abitudini di consumo e stili di vita oggettivamente illeciti e spesso dannosi per la sua salute fisica e spirituale. Il sistema economico non possiede al suo interno criteri che consentano di distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di personalità. È, perciò, necessaria e urgente una grande opera educativa e culturale, la quale comprenda l’educazione dei consumatori a un uso responsabile del loro potere di scelta, la formazione di un alto senso di responsabilità nei produttori e, soprattutto, nei professionisti delle comunicazioni di massa, oltre che il necessario intervento delle pubbliche autorità».

Edoardo Scognamiglio, Ofm Conv.

Ministro Provinciale di Napoli

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