IL TERRORISMO E LA CIVILTA’ DELL’AMORE

Ancora una volta restiamo sgomenti per l’ennesimo episodio di violenza assurda che scaturisce dall’odio irrazionale del fondamentalismo. Ancora una volta occorre ribadire che tutto ciò non ha nulla che vedere con l’Islam, che professa il valore della pace, della misericordia, del rispetto della vita. Il fondamentalismo nasce da una lettura unilaterale del testo sacro, condizionato da motivi ideologici che non ha nulla a che vedere con la religione. Questa volta, dopo tredici anni,  ad essere colpita è stata nuovamente la Spagna  (Rambla di Barcellona, giovedì 17 agosto – primo attentato alla stazione ferroviaria di Madrid nel 2004), perché lo Stato islamico (ISIS) persegue l’illusorio disegno di riportarvi la dominazione musulmana, dimenticando la consolidata cultura della Spagna di dialogo e collaborazione tra cristianesimo, ebraismo ed Islam. La violenza cieca ha come unico scopo la distruzione, anche la demolizione della memoria feconda del passato. La forza bruta si nutre di irrazionalità e d’ignoranza. Dal mondo islamico sono pervenute varie espressioni di condanna dell’operato dei terroristi. La Comunità religiosa islamica italiana (COREIS) ha infatti affermato: ”I musulmani in Italia, così come i religiosi in generale, pur restando sempre disponibili ad ogni collaborazione anche con le forze dell’Ordine, devono lavorare sempre più per una lotta al radicalismo a lungo termine da un punto di vista culturale, educativo e intellettuale. Il fondamentalismo fa presa soprattutto dove c’è ignoranza della dottrina e della storia della civiltà islamica e del dialogo millenario con la civiltà occidentale”. Per fare ciò occorre riscoprire la figura di Raimondo Lullo, quasi contemporaneo di san Francesco “e di molti santi musulmani che con loro dialogavano (e ancora oggi ispirano alcuni musulmani in Occidente). Non si tratta di riesumare solo il ricordo del passato, ma di rinnovare le profonde radici dell’Europa”. La Confederazione islamica italiana ha pregato “per le vittime dell’atroce attentato di Barcellona. La CII respinge l’ideologia estremista che si nutre di rabbia e odio”. La comunità islamica di Tradate (VA) ha sottolineato che l’attentato costituisce l’ennesima dimostrazione di arretratezza, insensatezza e odio di alcuni sedicenti correligionari, che “finiscono purtroppo per screditare – hanno dichiarato -la nostra cultura e la nostra religione, fornendo dell’Islam – termine che significa PACE!! – un’idea completamente falsa e distorta. Finiranno per attirare su di noi l’odio che la popolazione che ci ha accolti, e di cui ormai ci sentiamo largamente parte, finirà prima o poi per manifestare nei nostri confronti”. Sabato 19 agosto gli islamici hanno dato vita ad una manifestazione sulla Rambla per  manifestare il loro cordoglio per le vittime, e per affermare che i terroristi non fanno parte della comunità musulmana. Manifestazioni da parte di vari gruppi islamici per condannare il terrorismo ci sono state anche lunedì 21 in plaza Catalunya; domenica 20 a Ripoll (cittadina nei Pirenei catalani) si sono radunati i familiari dei giovani jihadisti coinvolti nell’attentato, anche loro per dire no al terrorismo. Tutto ciò conferma come non bisogna entrare nel vortice dei pregiudizi e dell’intolleranza, identificando tout court i musulmani con i simpatizzanti per i terroristi, come invece hanno fatto alcuni gruppi di estrema destra che in Spagna hanno attaccato con petardi e scritte offensive varie moschee.

L’arcivescovo di Barcellona, il cardinale Juan José Omella, pastore da due anni della chiesa che ha subito la ferita della tragedia, ha sottolineato che la distruzione non è una religione, non viene da Dio: “È terribilmente tragico vedere come in un attimo si distrugge una vita per mano di terroristi che non si sa quello che hanno nella testa”. Risulta paradossale che la violenza si sia scagliata contro una città molto aperta, multietnica e multiculturale, e da sempre grande meta turistica. “Noi conviviamo nell’ordinarietà – ha affermato l’arcivescovo – in un contesto storicamente cosmopolita. Un attentato come quello sulle Ramblas, nel cuore della nostra città, ci lascia un interrogativo: perché? Perché questo? Perché proprio qui è venuta a deflagrarsi questa tragedia, questa mancanza di fraternità, di rispetto dell’altro?”. Egli ha pure sottolineato che ogni “atto terroristico è senza motivo, e tanto meno ha motivo che simili atti siano compiuti nel nome di una religione, in nome di Allah: perché sappiamo che Dio, Allah è misericordia, perché Dio è Dio della pace e della misericordia, e religione vuol dire cammino di fraternità e di costruzione di pace, non di morte e distruzione”. Egli ha ribadito che “una cosa è essere musulmani, fedeli discepoli di Allah, altra cosa è essere terroristi. Bisogna distinguere. Il terrorista può utilizzare il nome della religione musulmana ma non è un religioso perché attenta alla vita stessa del musulmano e attenta alla religione, alla vita religiosa. Non è umano e non è religioso”. In plaza Catalunya, sabato 19 agosto,  i vescovi si sono ritrovati insieme alle autorità governative e politiche per un incontro pubblico con la popolazione, al quale sono stati presenti anche il presidente del Consiglio e il re di Spagna. Dopo il silenzio per le vittime, spontaneamente tutti insieme hanno cantato “Nos no tenemos miedo”. Questa manifestazione ha voluto esprimere la profonda convinzione che  come vescovi e come cittadini si ha la responsabilità di far recuperare la speranza. La tragedia di Barcellona, causata dall’odio assassino, stupido, cebero, che è capace solo di diffondere paura e di creare distruzione,  riguarda non solo la Spagna ma tutti noi, come ha sottolineato don Maurizio Patriciello: “Giovanissime vite stroncate, giovani donne cui sono stati strappati i loro compagni, bambini rimasti orfani all’improvviso. Un dolore, una rabbia immensi e bisogna ricominciare. Senza cedere alla disperazione, allo scoraggiamento, all’odio; senza permettere alla paura, alla sete di vendetta di paralizzarti. Bisogna, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, rimboccarsi le maniche e continuare a vivere per i grandi ideali in cui hanno creduto Bruno e Luca, i due italiani morti a Barcellona; insistere sui valori che, pur tra vicende avverse e contraddittorie, hanno fatto grande l’ Europa e l’ Occidente. Dar loro voce, amplificarli. Incarnarli […]. A Barcellona giovedì c’eravamo tutti. Tutti gli uomini e le donne di buona volontà che credono nel progresso rispettoso dell’ ambiente, della natura, della cultura, degli altri. Che non vogliono mai fare al prossimo quello che non desiderano venga fatto a loro. A Barcellona, giovedì, c’erano la civiltà, la ragione, la voglia di vivere, la fede. C’ erano persone create a immagine di Dio. C’ erano i nostri figli, i nostri genitori, le nostre spose, i nostri amici. […] A Barcellona ci siamo convinti – se ancora ce ne fosse bisogno – che solo l’ amicizia tra i popoli e le diverse culture, la solidarietà tra i paesi ricchi e quelli poveri, il dialogo, la comprensione, l’ amore, può tenere insieme questa umanità bella e tormentata”. Papa Francesco, durante l’angelus di domenica 20, ha espresso il suo cordoglio per le vittime degli attentati di questi giorni, anche nel Burkina Faso e in Finlandia. Egli ha pregato “per tutti i defunti, per i feriti e i loro familiari”, e ha supplicato “il Signore, Dio di misericordia e di pace, di liberare il mondo da questa disumana violenza”.

Non bastano però i sentimenti di cordoglio e di disapprovazione, ma occorre sviluppare un’analisi profonda di questo fenomeno, comprenderne le presunte ragioni. Occorre chiedersi il perché di tanto odio verso l’occidente, perché dei giovani, apparentemente ben integrati nei paesi europei, oppure addirittura di origine europea, all’improvviso si lasciano prendere da una ideologia di morte, diventano radicalizzati. Tutto ciò nasce probabilmente da un profondo disagio, che li porta ad un scelta forte, passionale, che li fa sentire i paladini della nuova umanità. Quale umanità però può nascere da una strategia basata sulla violenza, sul terrore? La società civile invece si basa sul rispetto dell’altro, sulla convivenza pacifica, sulla solidarietà, come già è stato sottolineato. La violenza infatti è rifiutata da ogni religione, a partire da quelle abramiche. Il disagio nasce probabilmente dalla crisi dell’occidente, dalla sua decadenza per un imperante nichilismo, che rifiuta i valori dell’umanesimo integrale,  affermando esclusivamente il materialismo, che porta all’indifferenza verso le classi sociali più deboli, allo sfruttamento dei paesi più poveri. Come ha affermato don Patriciello , dobbiamo “ alzare la voce e gridare il nostro no fermo, deciso, convinto a ogni terrorismo. Per chiedere ai grandi della terra di avere a cuore i paesi poveri. Di essere con essi solidali, giusti, comprensivi. Vogliamo ricordare che una società veramente civile e democratica si fa carico dei più deboli, degli esclusi, di chi è rimasto indietro. E lo aiuta a rimettersi al passo con la storia. L’Occidente, impregnato di cristianesimo anche quando non se ne accorge, non può dimenticare che ‘ Liberté, Egalité, Fraternité’ sono gemelli siamesi: stanno insieme o cadono insieme. E potranno rimanere uniti solo se a tutti viene concesso di accedere alla sala del banchetto. Se tutti possono prendere la parola nella sala del Capitolo”.

 Il mea culpa s’impone anche a noi credenti che spesso non siamo capaci di testimoniare la riserva critica nei confronti del secolarismo – non della legittima secolarizzazione -,  per cui ci lasciamo affascinare dai miti del materialismo e dell’edonismo. Noi credenti abbiamo la responsabilità di esprimere il no chiaro, senza ambiguità,  alla violenza cieca che non può mai essere legittimata,  e con i fratelli islamici e di tutte le religioni  dobbiamo rafforzare il nostro impegno per il dialogo, per l’accoglienza, per la solidarietà, per la costruzione della fraternità universale, senza ingenui irenismi e relativismi, con un forte impegno culturale per la costruzione di un nuovo umanesimo. Come scritto dai francescani di Assisi, non è “ un fatto estemporaneo ma frutto di anni di storia è l’ISIS e tutto ciò che consegue, compreso il recente attentato di Barcellona. Di conseguenza è necessario, accanto ad un intervento immediato di soccorso e prevenzione, un lavoro culturale più profondo che richiede investimenti soprattutto nell’educazione”. Occorre avere “un’identità, dei valori in comune, qualcosa – ha affermato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino –  per cui spendersi e giocarsi la vita è bello, importante e decisivo. Da questo punto di vista, l’Occidente sta un po’ arretrando, ma se l’alternativa è avere un’identità tale da impedirci di vedere l’altro, di capire l’altro e di comprendere che anche l’altro ha diritto di vivere, di quella identità, che sia islamica, cattolica o cristiana, io non so che farmene”. Per il cristiano, inoltre, “porgere l’altra guancia non significa stare in maniera fatalistica di fronte al male; piuttosto vuol dire all’altro, con i fatti, prima che con le parole, che esiste un altro modo di stare al mondo. Allora, porgere l’altra guancia non è invito alla passività e a subire quello che dall’esterno ci viene”. Alle autorità civili compete la responsabilità di porre in atto tutte le misure necessarie per assicurare la sicurezza ai cittadini; “l’accoglienza e la mobilità vanno vissute in un regime di legalità, perché la legalità è il primo passo verso una politica di accoglienza intelligente”. Monsignor Galantino ha fatto anche un appello ai media e ai social network a non “usare linguaggi violenti e armare anche la lingua contro gli altri”, ma a fare “spazio al dialogo e a parole, non buoniste: qui non si tratta infatti di buonismo, ma c’entra la ragione, il cuore, le mani, la voglia di creare argine con i fatti alla violenza”, perché “è violento chi ammazza ma anche chi resta indifferente”. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, anche ha espresso tutto il suo sgomento dinanzi a questo dramma, il suo “sconcerto di fronte ad atti di terrorismo così bieco, che non possono trovare alcuna motivazione, tantomeno religiosa”. Questi drammi non colpiscono solo “il cuore di una nazione, ma anche il cuore di un continente e di tutto il mondo”. La risposta a tale tragedia, nonostante il profondo turbamento, è quello di continuare tutti assieme “a lavorare per una cultura della convivenza  – ha aggiunto il cardinale Bassetti – e della pace e per costruire, nonostante tutto, la civiltà dell’amore. In fondo, è quello che desidera tutta la gente […]. Chi compie questi atti lo fa per seminare paura e la paura è la paralisi e quando arriva la paralisi in una società tutto può succedere. Allora, bisogna reagire per continuare a costruire quegli ideali di convivenza, di pace, di civiltà dell’amore nella quale noi crediamo e in cui crede ogni uomo di buona volontà”. Per vincere la paura occorre reagire “continuando a vivere, continuando i nostri giusti comportamenti di tutti i giorni, nella speranza che poi questo terrorismo possa essere affrontato con mezzi più efficaci, più giusti, perché in fondo siamo di fronte a delle situazioni anche del tutto imprevedibili”.

Occorre sempre più fare nostra la profezia dello ‘spirito di Assisi’; dobbiamo invocare, come fratelli dell’unica famiglia umana, l’Altissimo affinchè ci conceda il dono della conversione del cuore che ci rende capaci di divenire autentici costruttori di pace. Come ha affermato l’arcivescovo Omella, “Non dobbiamo lasciarci strangolare dalla paura. La nostra fede deve costruire la convivenza e la pace, con le porte aperte a tutti. Noi tutti facciamo parte della medesima casa comune che è la terra. Siamo di differenti razze, culture e religioni ma tutti siamo fratelli, e siamo chiamati a costruire la fraternità nel mondo”. 

Lucia Antinucci

 

 

 

 

Commenta per primo

Lascia un commento