LA GIOIA SECONDO LE VARIE RELIGIONI

È stato questo il tema dell’incontro interreligioso, promosso dal  ’Centro Studi Francescani per il dialogo interreligioso e le Culture’, che ha avuto luogo venerdì 26 gennaio dalla ore 10,00 alle ore 12,00, presso l’Istituto comprensivo statale’ Ragazzi d’Europa’ a Casalnuovo (Napoli). Il Dirigente scolastico, prof. Claudio Mola, ha introdotto l’incontro evidenziando come sia importante riflettere sul tema della gioia, che spesso viene fraintesa con il piacere, che è passeggero, mentre essa è una realtà profonda, spirituale. Egli ha pure evidenziato l’importanza dell’interculturalità, dell’apertura alle altre tradizioni religiose, come rispetto per realtà diverse da quelle della propria società. Lucia Antinucci, in qualità di presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Napoli, ha presentato il tema nelle Scritture Ebraiche (Antico Testamento), che evidenziano il valore sia delle gioie umane, che sono un dono di Dio per coloro che rispettano la Torah, sia di quelle a carattere religioso. Per l’ebreo biblico, agricoltore, il frutto del lavoro è causa di gioia, come pure la raccolta del frutteto, la vendemmia, la mietitura che vengono festeggiate in allegria (Is 16,10), con canti e danze. Alcuni avvenimenti pubblici sono causa di gioia collettiva, come la vittoria militare. Le gioie della vita affettiva hanno una particolare importanza per il popolo d’Israele: l’armonia familiare (Dt 12,7), la moglie virtuosa (Pr 5,18), i figli (1Sam 2,1.5; Sal 113,9). Le Scritture ebraiche, però, condannano la gioia che deriva dal causare il male agli altri (Pr 2,14), dalla prevaricazione (Ger 33,11). Il creato è causa di gioia, perché manifesta la gloria di Dio (Sal 19,2-7). La Parola di Dio è fonte di gioia: “ Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti” (Ger 15,16). Il popolo d’Israele si rallegra soprattutto per le meraviglie compiute da Dio, perché gli interventi salvifici del Signore manifestano la sua misericordia e sono causa di gioiosa gratitudine per il popolo eletto (Sal 103). Il perdono di Dio consente al peccatore pentito di ritrovare la felicità perduta (Sal 51,10.14). Il popolo d’Israele vive la gioia festosa quando si reca in pellegrinaggio nel Tempio del Signore (Sal 42,5; Is 56,7). I giorni di festa sono motivo di giubilo con inni, cantici e danze (Sal 81,3s; 98, 4-6). Il sabato è la festa settimanale, la delizia d’Israele (Is 58,13). Le ricorrenze annuali sono vissute come esplosione di gioia da parte degli ebrei (Sal 118,24): si tratta ad esempio della festa delle settimane e delle capanne (Dt 16,11.14), la festa della dedicazione del Tempio al ritorno dall’esilio (Esd 6,16-22; Ne 8,17). La festa annuale per eccellenza è la pasqua (2Cr 30,21-25). Le Scritture Ebraiche sono quindi il libro della gioia, ha sottolineato L. Antinucci, e gli ebrei sono un popolo gioioso, nonostante le loro sofferenze, la Shoah, come testimonia la tradizione popolare di canti e danze  jiddish. La riflessione cristiana anche è stata sviluppata da L. Antinucci, che ha evidenziato come le Scritture Cristiane (il Nuovo Testamento) sono la testimonianza della pienezza della gioia, che si è realizzata con Gesù, compimento delle promesse che Dio ha fatto ad Israele. Nel Vangelo di Luca l’annuncio della nascita del Precursore è motivo di gioia (Lc 1,14.58); lo stesso Giovanni esulta nel grembo della madre (Lc 1,44). L’arcangelo Gabriele si rivolge a Maria con il chaire (Lc 1,28), rallegrati, ed il Magnificat è un’esplosione di gioia per le grandi cose compiute da Dio, a favore dei poveri, degli umili, come la sua serva Maria di Nazareth. La missione di Gesù è quella di annunziare il Regno di Dio, inaugurando la gioia messianica, paragonata a una festa di nozze (Lc 5,34). I discepoli che annunciano il Regno di Dio sono esultanti perché assistono ai prodigi che accompagnano la loro predicazione, ma il Maestro li invita a rallegrarsi per il fatto di essere annoverati tra gli eletti: “Or i settanta tornarono pieni di gioia, dicendo: ‘Signore, anche i demòni ci sono sottoposti nel tuo nome’. Ed egli disse loro: ‘Io vedevo Satana cadere dal cielo come folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male. Tuttavia, non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli’ “ (Lc 10,17-20). Gesù esulta nello Spirito Santo (Lc 10,21), perché il Padre rivela ai piccoli il mistero del Regno. Gesù ha fatto esperienza anche delle semplici gioie umane e le ha valorizzate con il suo annuncio del Regno di Dio. Si tratta della gioia del seminatore, di colui che trova il tesoro nascosto, del pastore che ritrova la pecora smarrita, della donna che ritrova la sua dracma, della mamma che dà alla luce il bambino. Gesù prova soddisfazione per i bambini che accorrono a lui, per l’amicizia di Marta, Maria e Lazzaro, per il giovane ricco che desidera essere perfetto, per la vedova che dona quanto possiede. I bambini sono particolarmente idonei alla gioia evangelica, ed infatti li presenta come modelli (Mc 10,14-15). Le folle esultano per le cose meravigliose che compie il Profeta galileo (Lc 13,17). Le parabole della misericordia (Lc 15) manifestano con un crescendo la gioia di Dio (Lc 15,6s.9s)  per la conversione del peccatore; il Padre accoglie il figlio ritrovato facendo una festa grandiosa (Lc 15, 22-24.32). Il pubblicano Zaccheo che si converte accoglie con gioia il Maestro nella propria casa (Lc 19,6). La folla dei discepoli esprime una gioia irrefrenabile per l’ingresso messianico del Rabbi nazareno a Gerusalemme (Lc 19,37s). L’ultima beatitudine proclamata da Gesù durante il discorso della montagna annunzia per il futuro la gioia e l’esultanza per coloro i quali saranno insultati, perseguitati e falsamente accusati di ogni male a causa del suo Nome, perché grande sarà la loro ricompensa nei cieli (Mt 5,11). Il Rabbi galileo paradossalmente annuncia la gioia per coloro che soffrono, perché nel futuro di Dio saranno consolati (Mt 5,4), superando sia l’insegnamento dell’ebraismo che del giudaismo, secondo cui Dio dona la gioia dopo la sofferenza (Is 35,1). Per il quarto Vangelo l’ora  dolorosa di Gesù, della sua passione e morte con l’innalzamento sulla croce donerà la gioia ai discepoli. Durante l’ultima cena Gesù annuncia agli apostoli il distacco da loro e ciò causa turbamento, disorientamento, ma il Maestro annuncia loro che la situazione cambierà, perché lo vedranno di nuovo e allora ci sarà la gioia: “Il vostro cuore si rallegrerà e la vostra gioia nessuno ve la potrà togliere” (Gv 16,22). Quando Gesù si manifesta risorto i suoi discepoli sono pieni di stupore e di gioia (Lc 24,41) e quando ritorna al Padre l’allegria dei suoi non viene meno (Lc 24,52). La chiesa che si riunisce nel nome del Risorto sperimenta la gioia effusa dallo Spirito Santo (At 2,46), che non verrà meno neppure durante le persecuzioni e le sofferenze (At 5,41; 13,52). Il Rev. Li Xuan Zong, prefetto generale dei Taoisti ha introdotto la sua riflessione con alcune notizie generali sul Taoismo. Egli ha sottolineato che il Taoismo è una religione monoteistica, non una semplice filosofia, come si ritiene erroneamente per una conoscenza parziale delle fonti. Egli ha poi illustrato i vari gradi di gioia secondo il taoismo, che partono dal livello più basso, egoistico, fino a quello più elevato, spirituale, che riguarda il rapporto con Dio. Silvio Cossa ha illustrato il tema della gioia partendo da una panoramica generale sulla religione Baha’i. Egli ha sottolineato che la gioia nasce dalla costruzione di un’umanità che vive l’unità nella diversità, come la varietà dei fiori che creano l’armonia di un unico giardino. L’incontro interreligioso è stato arricchito con l’ascolto di musiche o canti secondo le varie tradizioni religiose e dalla lettura di brani di alcuni saggi. Da un discorso di Rav Jonathan Sacks:  “La felicità e la gioia sono molto diverse per tanti aspetti, la prima riguarda una vita intera mentre la gioia invece vive in singoli momenti. La felicità tende a essere un’emozione più fredda e razionale mentre la gioia ti spinge a ballare e a cantare. E’ difficile sentirsi felici in mezzo alle incertezze ma è possibile sentire la gioia. […]. Nell’ebraismo, dunque, la gioia è la massima emozione religiosa e siamo qui in un mondo pieno di bellezza”. Dagli scritti di Daisaku Ikeda  ‘La saggezza del Sutra del Loto’:  “Riferendosi a un passo della Raccolta degli insegnamenti orali, il presidente Ikeda afferma che la vera gioia scaturisce dal diventare felici insieme agli altri.[…]‘Gioia significa che se stessi e gli altri insieme provano gioia, […] sia se stessi che gli altri insieme troveranno gioia nel possesso della saggezza e della compassione’[…]”.Da un articolo del prof. Riccardo Redaelli: “L’Islam, secondo i musulmani, dà la vera felicità ed essa è una felicità celeste ed una pace interiore ed è per tutti […]. La felicità è ricordarsi di Dio, abbandonarsi a lui e camminare sul suo sentiero. È una felicità che non mortifica, ma purifica ed accoglie con indulgenza le passioni terrene […]. Nell’Islam il discorso individuale sulla felicità trova un limite invalicabile e preciso rappresentato dalla shari’a e dai precetti delle quattro fonti del diritto […]”.Agenda Ecumenica Le varie riflessioni, presentate agli alunni della scuola secondaria di primo grado, di classe terza, sono state seguite con molta attenzione dagli alunni, e sono state introdotte dalle musiche o canti delle varie tradizioni religiose. Le domande degli alunni hanno consentito di puntualizzare dei contenuti molto importanti. Le religioni non hanno nulla a che vedere con la violenza, perché esse perseguono la pace. La strada per superare l’antisemitismo e il razzismo, ancora presenti nella società, è quella della formazione al rispetto di ogni tradizione culturale e religiosa; la diversità va accolta come arricchimento, non dev’essere considerata una minaccia. La comparazione fra le varie religioni, presentata in modo semplice agli adolescenti, ha manifestato ancora una volta che gli elementi comuni fra le diverse religioni sono veramente tanti, e la fraternità interreligiosa contribuisce molto a creare la cultura della pace, della giustizia e della solidarietà, di cui ha tanto bisogno la nostra società.

Lucia Antinucci

 

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